Diario di Viaggio: Roma e Magnum Manifesto

Nuova puntata per il mio “Diario di Viaggio“. Dopo la tappa in Lussemburgo,  casa de “The Family of man” ho deciso di andare a Roma per visitare la mostra “Magnum Manifesto” presso il Museo dell’Ara Pacis e la Centrale di Montemartini, esempio di archeologia industriale.

Dato che quest’anno farò il sacrificio di non partire per nessuna meta estera, ho optato per qualche gita in Italia e la prima scelta è capitata su Roma. Non è la prima volta che parto in direzione della capitale ma molto spesso ospita mostre a cui non si può rinunciare come quella ospitata presso il Museo dell’ Ara Pacis, Magnum Manifesto, dedicata appunto all’ Agenzia fotografica più famosa al mondo. Non ho perso molto tempo a decidere a comprare i biglietti del treno e ad immaginare le tappe del mio tour che comprendeva ovviamente la mostra al Museo dell’ Ara Pacis alla quale abbinare un luogo mai visitato: la Centrale di Montemartini, un bellissimo esempio di archeologia industriale. Il tutto è stato intervallato da due tappe culinarie per me fondamentali: la storica gelateria Della Palma al Pantheon e il ristorante asiatico WOK, adoro adoro adoro! Ero già stata in passato al Museo dell’Ara Pacis per visitare non solo l’immenso ed impotente altare costruito dal Senato Romano durante l’epoca augustea durante gli anni universitari a Viterbo ma anche per visitare nel 2015 la mostra celebrativa per i dieci anni dalla morte di Henri Cartier-Bresson, di cui ho conquistano il catalogo solo anni dopo (e ancora incellophanato).

Elliott Erwitt, USA. New York City. 1953.

Elliott Erwitt, USA. New York City. 1953.

 

L’esposizione ha cominciato il suo tour globale nel giugno 2017 all’International Center for Photography di New York. Piace molto organizzare mostre in occasione di anniversari e penso sia un’ottima idea per omaggiare chi ha Ai primi di febbraio ha inaugurato la mostra “Magnum Manifesto” che vuole rendere omaggio all’Agenzia fotografica più famosa al mondo in occasione dei 70 anni dalla fondazione, avvenuta il 22 maggio del 1947. Diviso in tre sezioni, la mostra percorre la storia della Magnum partendo dagli esordi post bellici in nome di un nuovo umanesimo seguendo i valori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani approvata dall’ONU nel 1948. I tempi cambiano e negli anni ’70-’80 gli autori Magnum affrontano nuove sfide, un inventario della diversità, accettando lavori per aziende e pubblicità e si dedicano a progetti più personali allontanandosi dallo spirito comunitario dell’origine. L’ultima parte del percorso si concentra sulle più recenti evoluzioni della fotografia, come il digitale e la fine di tante pietre miliari della storia come la chiusura della fabbrica Kodak. 70 anni fatti di continui confronti che hanno avuto adattarsi ai tempi che cambiano così come le persone e i luoghi così da creare per lo spettatore un manifesto di valori e azioni anche attraverso citazioni, interviste e immagini degli autori coinvolti. Stupendo il lavoro sugli zingari di Joseph Koudelka, e la serie realizzata da Paul Fusco sul “Funeral Train”, il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington. Sorprendente il kitsch di Martin Parr e il Mar Mediterraneo fotografato da Paolo Pellegrin o l’immaginario viaggio di ritorno a Dubai dopo 50 anni delle 238 persone morte in un naufragio tra l’India e il Pakistan scattato da Olivio Arthur.

 

Ultimamente quando vado a visitare una mostra, sto attenta soprattutto all’allestimento dalle luci alle didascalie, insomma in generale al percorso e alla posizione delle opere. Alcuni aspetti mi sono piaciuti come il dividere le tre sezioni colorando le pareti di colore diverso ma altre no, per niente. Non sono nessuno per puntare il dito contro ma, approcciandomi alla realtà della curatela anche grazie ai preziosi consigli dei prof durante il corso ICON, sto iniziando a crearmi un gusto mio. Ad esempio, i pannelli d’introduzione e di conclusione della mostra attaccati al muro con dei chiodini che in alcuni punti spanciavano o si notava il segno della matita. Altro particolare che mi è saltato all’occhio è il testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stampato su un lungo adesivo che si notava troppo, idem per i numerini accanto alle foto. L’ho ritenuto poco preciso e me ne dispiace perché i grossi nomi presenti per la curatela, mi hanno portato ad avere grosse aspettative di contenuto e di allestimento tecnico. Invece ho apprezzato le pareti colorate per sottolineare le tre diverse sezioni (verde/azzurro per la prima parte, aracio/giallo per la seconda e bianco per l’ultima) e averle introdotte con un mosaico di fotografie nella parete iniziale. L’insieme dava una buona introduzione con le mia amate didascalie lontane, scritto in un foto plastificato che potevi consultare prima o dopo ma l’impatto era sicuramente positivo, permetteva di concentrarsi sulle foto in primis. Ho apprezzato anche l’inserire accanto alle fotografie di alcuni autori un pannello che mostra lo scatto inserito nel suo contesto come una rivista.

Pannelli conclusivi che spanciano

Pannelli conclusivi che spanciano

La mostra curata da Clément Chéroux, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, proposta da Contrasto e Magnum Photos 70 e organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura rimarrà aperta fino al 3 giugno. 2018.