#Dysturb: il fotogiornalismo irrompe in strada

Prendi la fotografia e i principi della street art, l’illegalità e la provocazione: ecco descritto il collettivo #Dysturb.

Il progetto, è nato da un’ idea di due fotografi francesi, Pierre Terdjman e Benjamin Girette, stanchi della crisi nell’editoria che rifiuta di pubblicare i loro reportage e dell’ indifferenza nei confronti della guerra. Così hanno deciso di stampare manifesti di grandi dimensioni delle loro fotografie (e non solo) e di incollarli sui muri delle città, prima fra tutte Parigi. Poi è stato il turno di Lione e Sarajevo dove lo scorso luglio sono stati invitati al Warm Festival 2014, manifestazione internazionale sulle guerre attuali.

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Lo scopo è quello di sensibilizzare la gente comune,  troppo spesso indifferente nei confronti delle  guerre combattute nel mondo. l fotoreporter nascono proprio per questo motivo: essere gli occhi del mondo, creare immagini universali che scatenino discussioni e diano una scossa alle coscienze. Quale modo migliore per ottenere una nuova visibilità se non appropriarsi di luoghi pubblici? Dalla volontà dei due fotografi francesi, si è creata una vera e propria rete di professionisti che credono principalmente in un’idea di editoria libera dall’influenza commerciale. La loro attività si svolge comunque nel rispetto degli spazi urbani e nella sensibilità di tutta la popolazione, dai più giovani ai più grandi.

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È un movimento di ribellione sì, contro un sistema che non permette ai fotografi di rendere noto il proprio lavoro ma basato su un’attenta e decisa riflessione. E così improvvisamente puoi trovare per le strade parigine, gigantografie che ritraggono soldati nigeriani o sul conflitto in ex Jugoslavia e di altri reportage in Ucraina o Gaza. Ti fermi, le guardi, torni a casa e rifletti. Poi magari inizi ad informarti. Ed ecco che il “disturbo” si è trasformato in energia culturale, libera e volontaria che, dai fotografi passa alla gente evidenziando quindi non solo il problema dei conflitti contemporanei ma anche quello del settore editoriale che spesso blocca il duro lavoro del fotoreporter.

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