ICON #5: piano B

L’ultima settimana di lezione è stato decisiva perché la classe ICON ha dovuto affrontare una virata non facile da digerire per quanto riguarda il progetto di allestimento della nostra mostra. Non nascondo che ci ha un pò scoraggiato ma “the show must go on”.

La virata in questione riguarda l’ allestimento che, rispetto al progetto iniziale, abbiamo dovuto abbandonarlo per far posto ad una nuova proposta più in linea con budget e strutture interne. Era una proposta che poteva apparire folle ma la sentivamo molto nostra nonostante le discussioni e le continue revisioni per rispettare il budget a disposizione. Ci abbiamo creduto fino in fondo, mosse da entusiasmo e voglia di esprimersi finalmente nella tanto sognata organizzazione di una collettiva, motivo per cui io personalmente ho deciso di iscrivermi al corso. Purtroppo non è stato così, la grande macchina organizzativa si è inceppata e abbiamo dovuto dire addio al lavoro di mesi per dare il benvenuto ad un piano B. Forse è stata colpa di una nostra “ignoranza” in un campo come quello della curatela che quasi nessuna di noi aveva approfondito (altrimenti non mi avrei nemmeno pensato di fare un corso di questo tipo) e ci siamo confrontate con un mondo fatto di scadenze, permessi e budget inserito però in un meccanismo istituzionale di cui non eravamo gli unici attori in scena. Dieci teste che dovevano pensare come una sola che dovevano confrontarsi con i propri docenti tutor che a loro volta dovevano interfacciarsi con la Galleria Civica che ospita la nostra mostra. Un complesso lavoro di squadra che molto spesso vede un progetto evolversi in base alle esigenze dello spazio, la disponibilità delle opere e ai classici intramontabili imprevisti. È stata una lezione bella tosta che è andata ad aggiungersi ai 9 moduli ufficiali in programma. Il rapporto con le Istituzioni pubbliche e private per l’organizzazione di eventi ha sempre mille ostacoli da superare e ciò che possiamo fare ora è di continuare a lavorare al progetto. Daje!

Workshop con Christine Frisinghelli sulle fotografie di Iosif Király

Workshop con Christine Frisinghelli sulle fotografie di Iosif Király

Oltre a questa bomba, ovviamente le lezioni sono andate avanti con un nuovo workshop dedicato all’editoria e presieduto da Christine Frisinghelli, curatrice, editrice e co-fondatrice della rivista Camera Austria nel 1980. Come fu per Christian Cajoulle e Bas Vroege, abbiamo ulteriormente approfondito il photoediting lavorando su tre differenti progetti fotografici (Pierre Bourdieu, Iosif Király e Zanele Muholi). Una fotografia di Iosif è parte della mostra A cosa serve l’utopia presso la Galleria Civica di Modena, di recente inaugurazione che rientra nel programma di Fotografia Europea 2018. Fotografie e video dialogano tra loro in continua tensione attraverso i decenni e i continenti, dalle rivoluzioni parigine del ’68 fotografati da Bruno Barbei ai graffiti sui treni metropolitani di Zelle Asphaltkultur. Utopistico e rivoluzionario è l’invenzione linguistica di Franco Vaccari con Omaggio ad Artaud, è raccontare una leggenda berlinese di Swetlana Heger attraverso Animal Farm ed è anche remare una piccola barca come nel video di Yael Bartana A Declaration, dove il protagonista sostituisce bandiera israeliana con una pianta di ulivo. Organizzata dalla Fondazione Modena Arti Visive di Modena in collaborazione con la Magnum Photos e Contrasto, rimarrà aperta al pubblico fino al 22 luglio 2018.

Classe ICON durante la visita guidata alla mostra "A cosa serve l'Utopia", Galleria Civica, Modena

Classe ICON durante la visita guidata alla mostra “A cosa serve l’Utopia”, Galleria Civica, Modena

Sembrerebbe che l’esercizio di takeover proposto dal nostro docente di Cultura Visuale, Raffaele Vertaldi si giungendo alla conclusione, forse. O meglio il fotografo c’è (Luca Nizzoli Toetti, yeah!), le foto pure manca solo la conferma definita e poi potrò dare l’avvio a questa mini e virtuale mostra, confidando nella buona riuscita già solo per ringraziare il fotografo della fiducia posta nei miei confronti. Contemporaneamente allo svolgimento di questo esercizio da curatori 2.0, leggevo un articolo pubblicato sul sito di Artribune sull’uso di Instagram da parte di artisti e critici giungendo alla conclusione di come il social di immagini sia diventato un’opera concettuale. Si fa l’esempio cita Maurizio Cattelan che pubblica ogni giorno sul suo profilo una sola immagine, spesso presa da internet, cancellando quella precedente e annulla così il principio base di Instagram, archivio infinito di immagini. Fantastico! C’è anche Cindy Sherman che usa le app di fotoritocchi per creare l’ennesima se stessa o il curatore Hans Ulrich Obrist che condivide la sua collezione di disegni e scritte a mano su post-it. Alla luce di quanto detto, sembrerebbe che la frontiera dell’arte contemporanea da raggiungere e poi superare non sia più legata al materiale, alla tecnica o ad una tematica nuova ma ben oltre sfociando in un campo come la comunicazione e le sue modalità di utilizzo rivoluzionando un campo considerato sacro. L’arte esce dai musei e dal white cube per raggiungere chissà quali nuove orbite.

Profilo Instagram di Maurizio Cattelan

Profilo Instagram di Maurizio Cattelan