Intervista: Dino Ignani

dino ignani foto per profilo

Dino Ignani è nato e vive a Roma. Da quasi quaranta anni anni si occupa di fotografia. Predilige lavorare su progetti che sviluppa e porta a termine nel corso di uno o più anni. Ha esposto in mostre personali a Roma, Genova, Torino (Salone del Libro), Milano, Bari, Cagliari, Messina, Rieti, Stoccolma, ha partecipato a tre edizioni del Festival Internazionale di Fotografia di Roma.

Luigi Ontani, dalla serie "Ritratti", 2012

Luigi Ontani, dalla serie “Ritratti”, 2012

  1. Come ha iniziato a fotografare?

 Ho iniziato ad interessarmi alla fotografia grazie a un mio carissimo amico, Maurizio, che molti anni fa mi prestò una Nikkormat e me la lasciò usare per alcuni mesi. Di notte, per avere il buio completo, insieme stampavamo le foto e discutevamo di problemi tecnici e di composizione dell’immagine. Dopo qualche mese ho acquistato la mia prima macchina fotografica, una Nikon F usata. Scelsi quel modello pochi giorni dopo aver visto Blow Up, un film di Michelangelo Antonioni. Il protagonista del film, un fotografo londinese, usava quella macchina. Successivamente mi sono iscritto a un corso di sviluppo e stampa in bianco e nero che è durato sei mesi e l’anno successivo ho frequentato un corso di due anni di tecniche di ripresa e linguaggio fotografico.

Giulia Napoleone, dalla serie "Ritratti", 2013

Giulia Napoleone, dalla serie “Ritratti”, 2013

  1. Come si definisce?

 Ormai sono quasi quaranta anni che mi occupo di fotografia e, ovviamente, in tutti questi anni mi è capitato di dedicarmi a generi diversi, soprattutto mi sono interessato alla fotografia di paesaggio e al ritratto. Il mio istinto comunicativo mi aiuta molto nella fotografia di ritratto. Mi trovo a mio agio nel fotografare le persone in un rapporto diretto e questo soddisfa la mia inesauribile curiosità nei contatti umani. Non trovo stimolante riprendere le persone a loro insaputa, la cosiddetta Street Photography non mi interessa. Invece trovo straordinario lo scambio di sguardi che si crea tra il fotografo e il fotografato, anche se a volte accade solo per qualche minuto: è un corto circuito davvero speciale. Neanche un certo tipo di reportage mi interessa. Per i poveri del mondo, intesi come coloro che soffrono per guerre, fame, sete e malattie sono interessato come uomo, non come fotografo.

 

Giancarlino Benedetti Corcos, dalla serie "Ritratti", 2015

Giancarlino Benedetti Corcos, dalla serie “Ritratti”, 2015

  1. Nella realizzazione dei “Dark Portraits”, qual è stato il suo scopo? Semplicemente documentare quella breve generazione degli anni ’80 o indagare la singola persona ritratta?

 Né l’intenzione di documentare né di indagare le singole persone. Quello che poi è diventato un archivio di oltre quattrocento immagini è nato per caso e per la mia curiosità. All’inizio degli anni ottanta frequentavo una vineria in Trastevere, qui a Roma, che si chiamava Fidelio e che purtroppo non c’è più, il proprietario era un tedesco, Walter. Nel suo locale appendeva dei bellissimi manifesti di film e si ascoltava perlopiù  musica classica, c’erano dei lunghi tavoli comuni che facilitavano la comunicazione ed io ero uno tra i frequentatori abituali. Ad un certo momento anche alcuni “dark” iniziarono ad incontrarsi assiduamente nella vineria. Dopo un paio di settimane ho iniziato ad andare con loro  nei video-bar e nelle discoteche che proponevano serate con la musica che loro amavano. Istintivamente ho iniziato a fotografarli.

Diamanda Galas, dalla serie "Dark Portraits",1985

Diamanda Galas, dalla serie “Dark Portraits”,1985

  1. Qual è il lavoro a cui è legato particolarmente?

 “Intimi Ritratti”, è un lavoro che ho iniziato nei primi anni ottanta e che avevo considerato concluso dopo una decina di anni. Da sei anni ho ripreso il progetto e tuttora ci sto lavorando. Consiste in oltre centocinquanta ritratti di poeti, italiani e non, ripresi quasi tutti nelle loro case. Una selezione di fotografie di questo progetto è stata acquisita dal Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.

  1. È soddisfatto della sua carriera o c’è una fotografia che vorrebbe ancora scattare?

 Più che alla foto che vorrei o potrei fare penso con dispiacere ad alcune fotografie che avrei potuto fare e che, per motivi diversi, non sono riuscito a fare.