Intervista: Gianluigi Gurgigno

Cuba, 2012

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 Nato a Genova il 6 dicembre 1982. Dopo una Laurea Triennale in Storia, conseguita presso l’Università degli Studi di Genova, è un laureando in Scienze Antropologiche ed Etnologiche a Milano, Università di Milano-Bicocca. Con la fotografia è iniziato tutto nel 2011. E’  un autodidatta, anche se ha partecipato ad alcuni “percorsi creativi” sottoforma di corsi e workshop, in Italia e all’estero. Vive a Genova. Il suo percorso fotografico è visibile sul sito www.gianluigigurgigno.wordpress.com

Cuba 2012

Cuba 2012

1. Come mai definisci il tuo blog “Libera Confusione Visuale”?

In nome del blog tenta di coniugare i tre aspetti che considero piú importanti nel mio modo di intendere la fotografía, giustificando al tempo stesso quella che potrebbe apparire come incoerenza. Voglio dire che per me é molto importante il processo di creazione dell’immagine nella mia mente, vedere la foto prima che essa venga scattata, cercando di trovare il senso dello scatto a partire dalle sensazioni, quasi sempre “confuse”, che suscitano in me i luoghi, le persone, le circostanze. Cercare di non nascondere questa confusione significa renderla “libera” dalle aspettative degli altri, evidenziando la mia personale interpretazione. Considero significativo infine l’aspetto “visuale”, in quanto risultato finale, estetico, espressivo di un processo creativo. Processo che parte da qualcosa di immaginato, una sorta di visione che viene poi elaborata attraverso la macchina fotografica, nella convinzione che porti a successive visioni sulla realtá.

Cuba 2012

Cuba 2012

2. La fotografia è per te più una passione o un vero proprio lavoro? Da cosa ti lasci ispirare?

La fotografia é passione. É un discorso attraverso e tramite le immagini. Che poi questo possa diventare un vero e proprio lavoro, qualcosa con cui vivere e di cui vivere, me lo auguro. L’ispirazione é data dalla circostanza. Qualunque cosa puó rivelarsi fonte di ispirazione. Non a caso, per quanto mi riguarda credo che sia il tempo il fattore piú importante per fare una fotografia. Ad esempio, se mi fermo in un punto ad osservare (dalla finestra di casa, seduto su un gradino al bordo di una strada, appoggiato ad un albero in un bosco) mi rendo conto che piú passa il tempo piú la mia conoscenza visiva (oltre che olfattiva, tattile e uditiva) si arricchisce di dettagli, oggetti e prospettive che fino a poco tempo prima non avevo considerato. Tutti sono capaci di salire su un grattacielo di New York e fare una stupenda foto dello skyline della cittá al tramonto…restare ad osservare cosa ti circonda peró é differente. Due ore di attesa sul tetto di un palazzo potrebbero portare ad un’ipotermia, ma magari anche a trovare il frammento di un vetro o il laccio di una scarpa che per te, in quel momento, sono ispirazione. In sostanza, cercare di andare oltre una prima visione.

Genova 2011

Genova 2011

3. Osservando le tue foto, ho notato che a volte scatti in b/n ed altre a colore. Da cosa dipende?

La scelta colori o b/n dipende da cosa sto fotografando e da cosa questo suscita in me. Le di verse sensazioni che provo portano ad un risultato visivo che puó essere, a seconda delle occasioni, piú o meno drammatico, ironico, simbolico, etc. É ovvio che l’uso del b/n enfatizza la drammaticitá dell’immagine, che visivamente é vincolata in modo forte al contrasto. In tal senso, a seconda di ció che voglio dire con una serie di foto, l’uso dei colori o del b/n sono conseguenza di questa logica. Riprendendo la prima risposta, questo é uno degli aspetti che puó far pensare ad un’incoerenza estetica del blog, ma che é legato fortemente all’interpretazione della fotografía come “libera confusione visuale”.

Pine Ridge Indian Reservation, South Dakota, 2011

Pine Ridge Indian Reservation, South Dakota, 2011

4. Mi sembra di intuire che I tuoi progetti fotografici abbiamo un risvolto antropologico, mi sbaglio?

L’antropologia non potrebbe non esserci, in quanto parte della mia vita. Non sempre peró il risvolto antropologico, come dici tu, é qualcosa di voluto. Voglio dire che l’antropo-logia (da antropo-logos), non in quanto disciplina scientifica ma intesa come “discorso sull’uomo” é inevitabilmente presente in gran parte della fotografía a livello mondiale, da sempre. Non inizierò il discorso sulla ingannevole distinzione tra natura e cultura, ma metto solo l’accento sul fatto che l’umanizzazione dell’ambiente in cui viviamo e di cui siamo parte, fa sí che direttamente o indirettamente l’uomo sia protagonista delle mie foto. Le mie foto comunque non vogliono essere rappresentazioni della realtá, bensí mie interpretazioni della stessa. Trovo complicato fotografare a fini di reportage perché mi é difficile fare foto pensando in prospettiva (cioè pensare a cosa quella foto potrebbe servirmi). Per me tutto é molto marcato dall’emotivitá e quindi fortemente vincolato al presente, al momento stesso dello scatto come attimo significativo e significante. Concludo dicendoti che mi sta affascinando sempre piú il ritratto. Non so quanto questo sia dovuto ai miei studi antropologici, ma vorrei insistere su questa strada.

Sassi di Matera, 2011

Sassi di Matera, 2011

5. Quando esponi le tue fotografie, speri che l’osservatore comprenda un preciso messaggio oppure preferisci che rimanga solo tuo?

Bella domanda. É difficile rispondere. Posso solo dirti che il messaggio che sta dietro ad una foto o ad una serie, per quanto possa essere compreso, difficilmente arriverá “integro” allo spettatore. Tutto viene reinterpretato. Anche quando io sono presente e spiego personalmente il significato della foto, c’é sempre una piccola parte, corrispondente al mio vissuto personale, che non potrá arrivare ad essere compresa. Creare uno spunto per la riflessione, in definitiva, é ció considero il valore di una fotografía.