Intervista| Giulio Alvigini alias “Make Italian Art Great Again” e l’arte come meme (e viceversa)

Alla fine è successo, era inevitabile. Dopo aver consumato le lacrime e aver allenato gli addominali per le risate che questa persona mi ha provocato, ho deciso di conoscerlo un pò di più. Beccatevi la mia intervista a Giulio Alvigini, alias Make Italian Art Great Again!

  1. Chi è Giulio Alvigini? Di cosa ti occupavi prima di creare Make Italian Art Great Again? Perché hai scelto i meme come linguaggio per far parlare le tue opere da giovane artista italiano semplice?
    Sono nato a Tortona, la città dei dolci grandi, ma vivo e lavoro tra Torino, Genova e Urbania. Il mio discorso artistico è da sempre legato allo studio delle dinamiche, dei modelli e delle isterie che caratterizzano il sistema e il mercato dell’arte. E’ da questa attitudine che possiamo individuare la prima causa che ha condotto il mio lavoro alla necessità di un approdo memetico. Possiamo considerare il meme come l’immagine che meglio rappresenta il disagio sociale – soprattutto giovanile – nella nostra contemporaneità, quindi scegliere tale medium come strumento per parlare del mondo dell’arte si rivelava perfettamente in linea con le influenze e le metodologie estetiche più sincroniche alla nostra abitudine visiva.
  2. Da cosa e quando nasce Make Italian Art Great Again? Il nome del tuo progetto è un richiamo allo slogan trampiano, ovvero di ridare nuova gloria agli Stati Uniti. Ti assumi la stessa responsabilità nei confronti dell’arte contemporanea?
    Make nasce nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo da un mix illegale di alcol, insonnia e riflessioni – strettamente attuali – sul rapporto tra arte e social media. Si potrebbe definire come la pagina dei meme sul sistema dell’arte italiano: in breve, quella che personalmente avrei da sempre voluto vedere. Non c’è nessun nesso impegnato tra lo slogan trampiano e il mio; qualunque tipo di trionfalismo o incitamento politico viene subito messo in ridicolo da ogni meme presente sulla pagina. Direi che l’immagine del cappellino e il titolo sono stati più figli del caso e del tormentone più parodiato del momento che di una progettazione pensata e studiata da zero. Potrebbe tranquillamente chiamarsi in un altro modo.
  3. A mio modesto parere, l’arte contemporanea e tutto il sistema dovrebbe avere già di per sé una buona dose di autoironia invece di continuare ad appesantirsi con burocrazie, favoritismi e negatività. Poi arrivi tu con i tuoi meme e prendi in giro tutto, i lati più strani e buffi. Cosa ne pensi a riguardo?
    Oggi facciamo molta fatica a definire la linea di confine che intercorre tra una “trovatina”, una provocazione gratuita e un discorso sull’ironia. Oltre a essere il possibile inizio di una barzelletta, la questione è molto complessa e se osserviamo bene, non è troppo distante dal dominio di molti discorsi e riflessioni su gran parte della produzione artistica attuale. La serietà e la disciplina sono elementi fondamentali e necessari per la costruzione di un discorso artistico solido che possa imporsi nel panorama internazionale come per qualunque altra professionalità che bazzica in questo mondo, ma molto spesso – e questa è solo la mia modesta opinione – tendiamo ad investire “l’Arte” di responsabilità e poteri auratici che soccombono facilmente se confrontati alla vita di ogni giorno. Per quanto mi riguarda, cerco di essere molto serio… nel non prendermi sul serio.
  4. Da quale fonte attingi per creare i meme? Qual è quello di cui vai più orgoglioso?
    La maggior parte delle idee per i meme provengono dal mio background culturale, dal mio ossessivo interesse per le “cornici” e i protagonisti del mondo dell’arte più che per i contenuti. Oltre allo sguardo sulla storia dell’arte recente, si aggiungono i vari eventi, mostre e “gossip” più recenti che caratterizzano la mondanità del nostro art system. Non provo particolare orgoglio per i miei meme, preferisco considerarli come unità minime e interscambiabili di una visione molto più ampia e complessa. Ma se proprio devo sceglierne uno… 😉
  5. All’inizio non volevi svelare la tua identità, era una mossa per accrescere l’interesse attorno al tuo progetto un pò come Banksy o Liberato? Perché poi hai deciso di uscire allo scoperto?
    Più che una “mossa” pensata a tavolino si potrebbe parlare di una necessità dettata dal dubbio e dall’incapacità di prevedere le conseguenze di tale azione. Nel momento in cui la pagina ha incominciato a strutturarsi una sua particolare “credibilità”, mi è sembrato interessante dichiarare un’autorialità che sottolineasse quel percorso interpretativo compatibile con il resto del mio lavoro. Il meme può considerarsi come il definitivo raggiungimento di quel sogno novecentesco che è la morte dell’autore e ogni tentativo di rivendicarne una paternità è destinato al fallimento… Nel mondo dell’arte però sappiamo che tutto può essere rovesciato e messo in discussione.
  6. È notizia fresca della prossima collaborazione con la rivista Artuu con una tua rubrica. Come stai gestendo la tua crescente popolarità?
    Costruire una rubrica composta da meme, significa voler marcare quella componente informativa e sarcastica che caratterizzava già storicamente la vignetta umoristica dei quotidiani, saldandone così definitivamente quel forte legame che intercorre tra le due tipologie. Colgo l’occasione per ringraziare la redazione di Artuu per il coraggio e l’originalità con cui mi hanno proposto quest’ulteriore strumento per valorizzare il mio lavoro. Non mi sento popolare, non riflette la percezione che ho di me stesso.
  7. Non hai paura di perdere l’entusiasmo e di diventare banale? Cosa mantiene viva la tua ispirazione?
    Ispirazione? Ciò che mi fa veramente andare avanti è il ricordo di una notte, quella tra il 23 e il 24 settembre scorso, su un Intercity di ritorno da Cosenza: l’esperienza per cui lotto ogni giorno, il motivo per cui trovo il coraggio, la determinazione e l’entusiasmo di affrontare il mondo ogni istante. Make Italian Art Great Again è solo un momento, una fase del mio lavoro che traduce una condizione personale in una circostanza collettiva; metterne in luce l’instabilità temporale mi sembra il modo più lucido e sano per invitare a non dare mai per scontato quello che faccio. Insomma, alla mia pagina direi: “Ti amo adesso” (poi vedremo).