Intervista: Simone Donati

Simone Donati, classe 1977, ha completato il corso di fotografia presso lo Studio Marangoni a Firenze nel 2005. In seguito ad uno stage presso la Magnum Photos a New York, nel 2006 ha iniziato a lavorare nel campo della fotografia documentaria focalizzando la sua attenzione verso la situazione politica e sociale dell’Italia. Nel 2008 Simone è stato selezionato tra i finalisti nella sezione ritratti del Sony Photography Award e ha ottenuto il terzo posto al Premio Ponchielli grazie al progetto “Welcome to Berlusconistan”. Con Valley to Angels è stato finalista all’OjodePez Award nel 2011. Le sue fotografie hanno fatto parte di mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero e sono state pubblicate nelle principali riviste tra cui Der Spiegel, Geo Italia, IL, Internazionale, L’Espresso, Le Monde Magazine, Monocle, Newsweek, Newsweek Japan, Sette e Vanity Fair Italia.
Simone vive a Firenze.

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1. Dal tirocinio presso l’Agenzia Magnum a TerraProject. Com’è stata come esperienza? Perché hai deciso poi di creare un collettivo?
Ho svolto lo stage presso l’archivio della Magnum nel 2003 tra il primo e il secondo anno del corso della Marangoni, praticamente all’ inizio della mia carriera. Ho avuto la possibilità di avere a che fare con provini e stampe poiché ai tempi era tutto impostato ancora sull’ analogico nonostante la diffusione del digitale che non aveva il peso che ha adesso. In quell’ occasione sono riuscito a vedere come scattavano i fotografi, all’uso che ne facevano dei provini e quanto ci lavoravano su una stessa scena prima di portare a casa la foto buona.
Ho incontrato Pietro Paolini durante il corso di fotografia al Marangoni e poi insieme abbiamo conosciuto gli altri, Rocco Rorandelli e Michele Borzoni. Alla fine del percorso abbiamo deciso che ci sarebbe piaciuto creare un collettivo in Italia per vari motivi: sia per darci una mano nel lavoro di tutti i giorni che per condividere il medesimo approccio al mondo della fotografia. Una cosa fondamentale da dire è che noi siamo nati in un periodo in cui le agenzie stavano perdendo potere e anche utilità. I collettivi infatti esistono nel mondo anche come risposta alla crisi che c’era delle agenzie e del mercato editoriale al fine di creare una struttura semplice, facile da gestire e orizzontale in cui non c’è nessuno che comanda.

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2. Parliamo del tuo ultimo progetto “HOTEL IMMAGINE: perché questo titolo?
Il titolo prende spunto da uno degli scatti realizzati a San Giovanni Rotondo ma gli ho voluto dare anche altre valenze. La parola “immagine” è fondamentale perché nel progetto si parla appunto dell’immagine di una certa Italia e di un certo tipo di italiani. “Hotel” invece mi ha fatto pensare che negli alberghi si riuniscono sotto lo stesso tetto persone che vengono da posti diversi. In conclusione, mi piaceva l’idea di un titolo breve, diretto e mi è sembrato calzante per il mio progetto, ovvero una raccolta di situazioni molto diverse tra di loro ma unite dallo stesso tema.

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3. Com’è nato il progetto e come si è evoluto? Cosa hai capito dell’Italia?
Il lavoro non è nato subito con l’idea di creare questo corpo unitario ma metteva insieme vari lavori e situazioni. Tra il 2009 e il 2010 ho realizzato due progetti, ovvero “Welcome to Berlusconistan e “Padre Pio Cult che, confrontandoli, mi hanno mostrato un lato dell’Italia interessante. In quelle occasioni la gente si riunisce, trova dei luoghi e dei comportamenti molto precisi per andare a seguire una persona che può essere un politico o un santo. Da qui ho pensato che sarebbe stato interessante approfondire il discorso rimanendo sempre in Italia ma in altri ambiti come la musica, lo sport e lo spettacolo. Via via che passavano gli anni ho iniziato a pensare di volerci fare un libro perché per me è ancora l’espressione più importante nella produzione fotografica. Per realizzare “Hotel Immagine” ho lavorato con il grafico Emanuele Poli curando il lavoro nel minimo dettaglio, dalla scelta della carta e dei materiali al concept; ormai nel mondo del libro fotografico è fondamentale fare qualcosa di più che non sia solo una serie di
immagini.

4. Per questa ragione hai deciso di accompagnare le fotografie a frasi prese da Facebook?
Nel corso degli ultimi anni in cui stavo lavorando al progetto, cercavo su Facebook degli eventi da fotografare e trovavo pagine dedicate come quella dei berlusconiani o del veggente o di quelli di Predappio. Qui ho notato che i commenti pubblicati della gente rispecchiavano effettivamente i comportamenti vissuti dal vivo. Ho iniziato quindi a tenerli in considerazione ed insieme al grafico abbiamo trovato il modo per inserirli nel libro. In più avevo contattato Daniele Rielli, giornalista e scrittore di reportages conosciuto come Quit the Doner, per farmi scrivere la postfazione e con l’idea di commentare i commenti presi da Facebook, ormai parte del rito collettivo e della vita giornaliera delle persone.

LIBRO

5. Secondo te perché la gente sceglie di riunirsi? Solo piacere di condividere o c’è dell’altro? Non pensi che questa necessità di condividere una passione appartenga anche a te dato che fai parte di un collettivo?
Secondo me, nelle situazioni che ho fotografato l’approccio è completamente diverso da quello per cui è nato TerraProject. Nei raduni religiosi con la veggente di Medjugorje o tra i sostenitori di Berlusconi questa volontà di condivisione è incanalata verso una ricerca personale, un bisogno di creare un’identità per sopperire ad una mancanza personale. Ed è proprio questa mancanza che porta la gente a volersi trovare, per cercarla in qualcun’altro che sia il politico, il cantate, il santo o la showgirl. Al contrario se io e i miei colleghi non fossimo propensi a condividere delle cose e invece volessimo solo lavorare per il nostro tornaconto personale, non avremmo formato il collettivo.