Interviste|Emanuela Bucceri

Ho scoperto Emanuela Bucceri all’ultima edizione di Fotografia Europea all’interno del Progetto Speciale Diciottoventicinque curato da Davide Tranchina presso lo Spazio di Via Secchi 11 e per me è stata una rivelazione!

1. Qual è la tua formazione? Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Devo ammettere che fin da bambina ho avuto una certa predisposizione alla creatività, ma probabilmente come tutti i bambini, niente che comunque facesse pensare ad un probabile futuro da artista. I miei genitori non hanno mai avuto un interesse per l’arte, né tantomeno hanno mai saputo cosa fosse l’arte; dunque non ho mai avuto modo, da bambina, di avvicinarmi a tale mondo, che per me rimaneva qualcosa di indefinito, di sconosciuto. Scattai le mie prime foto in gita scolastica e ricordo che la maestra, dopo averle viste, mi disse: “Potresti fare la fotografa da grande!”. Non so perché me lo abbia detto; riguardando oggi quelle foto posso dire che non hanno nulla di speciale. Durante gli anni del liceo nulla sembrava avvicinarmi alla fotografia, o all’arte in generale: la storia dell’arte mi annoiava, non sapevo nemmeno disegnare, se non scopiazzando qualche immagine da Google. Per ben cinque anni sono stata convinta di voler studiare matematica all’università (non molto distante dalla fotografia, in fin dei conti).  Poi, durante l’ultimo anno, in occasione di un viaggio con il mio migliore amico (all’epoca appassionato d’arte e oggi artista), presi per la prima volta in mano la sua macchina fotografica e iniziai a scattare. Tuttora non sono in grado di spiegare bene cosa accadde, ma sentii un appagamento che mai avevo provato. Decisi dunque, contro le aspettative di tutti, di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Catania, corso Arti Tecnologiche, senza sapere effettivamente nulla della fotografia e senza sapere esattamente cosa avessi da dire attraverso quel mezzo.
"12 ore", 2017

“12 ore”, 2017

2. In che modo la psicologia può aiutarti nel lavoro come fotografa (e viceversa)? 
La psicologia indubbiamente influenza il mio lavoro, probabilmente perché provengo da un liceo umanistico. Molto spesso parlo di autoritratti “psicologici”, proprio perché attraverso i miei scatti indago l’aspetto psicologico degli avvenimenti del mio quotidiano, dei miei rapporti e soprattutto dei miei non rapporti con gli altri. In molti autoritratti non sono presente o quasi, proprio perché indago l’interiorità, che prende forma attraverso il corpo,  a volte visibile in parte o addirittura non visibile.
"Always home", 2016

“Always home”, 2016

3. Hai appena esposto il tuo ultimo lavoro “Per non restare indietro” all’ultima edizione di Fotografia Europea di Reggio Emilia, all’interno del progetto Diciottoventicinque: una figura umana che viene progressivamente cancellata da pennellate di bianco, un colore luminoso ma che nasconde. Ci spieghi di cosa si tratta? 
Posso dirti che “Per non restare indietro” ha due possibili interpretazioni, una ufficiale e l’altra ufficiosa. Per quanto riguarda la prima, ho lavorato sulla cosiddetta “pressione della contemporaneità”.
Mi spiego: rivoluzione e innovazione sono due termini strettamente connessi; ogni rivoluzione determina un’innovazione che influenza ogni ambito culturale e sociale. Sebbene producano innovazioni, le rivoluzioni non si pongono in rottura rispetto al passato, le rivoluzioni non cancellano il passato ma impongono tuttavia un adeguamento. Nel mondo dell’arte, ogni mezzo introdotto e considerato nuovo ha “costretto” tutti gli altri che lo hanno preceduto ad adattarsi a quella che viene definita come “contemporaneità”. Quando è nata la fotografia, o meglio quando sono state comprese le potenzialità artistiche e comunicative del mezzo, di certo la pittura non è stata sostituita o negata. Gli artisti hanno continuato a servirsi della pittura, ma quello che pian piano è emerso, con il progressivo imporsi della fotografia sulla scena artistica, è stato ciò che può essere definita come “la pressione della contemporaneità”, determinata da tutto ciò che è considerato nuovo, rivoluzionario. Chi oggi utilizza la pittura come mezzo espressivo si sente obbligato ad adattarsi alla contemporaneità, a presentare la pittura in termini nuovi, a reinventarla per non correre il rischio di essere connotato come “superato”, “antiquato”. E questo vale non solo per la pittura, ma anche per la scultura, l’architettura, la grafica, il design, il cinema, il teatro, e anche per la fotografia. Ogni espressione artistica è sottoposta alla cosiddetta pressione della contemporaneità; e la fotografia sta subendo le stesse pressioni che a suo tempo ha subito e continua a subire la pittura. In “Per non restare indietro” non mi limito a presentare la fotografia, ma decido di intervenire sulla fotografia con la pittura, utilizzando dunque lo stesso mezzo che prima della fotografia ha subito questa pressione della contemporaneità. La pittura prende il sopravvento sulla fotografia, non per testimoniare un ritorno alla pittura o la rivalsa della stessa nel contemporaneo, piuttosto per evidenziare il destino comune dei due mezzi: nessun mezzo prevale sull’altro, ma si sfruttano a vicenda per diventare contemporanei. Nei cinque autoritratti nel momento in cui le tele cadono, quasi a testimoniare la vittoria della fotografia all’interno della contemporaneità, la pittura inizia a colare sulla fotografia stessa, fino a ricoprirla totalmente, a rimarcare non un antagonismo, bensì la comune sensazione di oppressione imposta dalla contemporaneità. Per quanto riguarda il secondo significato, in breve, posso dirti che è qualcosa di strettamente personale, riguarda il concetto di “cancellazione d’artista”, quasi un mettere in discussione il mio essere artista e, di conseguenza, il mio lavoro.
"Per non restare indietro", Fotografia Europea 2018

“Per non restare indietro”, Fotografia Europea 2018

4. Il corpo nudo e i colori chiari sono elementi costanti nei tuoi lavori. Come si inserisce un lavoro parallelo come “Whitemoodboard” pubblicato sul tuo account Instagram dove, il bianco splendente rimane ma è assente la figura umana?
Già da qualche anno porto avanti quello che in realtà non è un vero e proprio progetto, ma una tavola di ispirazioni cromatiche. Amo molto il bianco e i colori tenui e quelle foto rappresentano una parentesi che mi permette di fare ricerca sulle tonalità. Da poco ho aperto un account Instagram e ho pensato di riportare e continuare lì questa parentesi. E’ più uno studio personale che un vero e proprio progetto.
"Soon she'll be here", 2015

“Soon she’ll be here”, 2015

5. Progetti futuri?
Di certo il mio lavoro da due anni a questa parte si è evoluto moltissimo, di pari passo ai cambiamenti subiti in prima persona. Se in una prima fase il nudo era uno dei capisaldi del mio lavoro (non a caso una delle primissime foto, “I tried to be an artist” è anche la prima e l’ultima che mi ritrae totalmente nuda), adesso è ormai passato quasi in secondo piano, e ho finito per ricoprire totalmente il mio corpo fino ad arrivare a celare interamente l’opera stessa. Ecco, diciamo che adesso il mio lavoro sta prendendo questa piega. Ho già pronti altri due progetti che confermano questa direzione e forse la esasperano addirittura.
Sicuramente andrò avanti con gli autoritratti ancora per un bel po’, sento di avere ancora tantissime cose da dire, ma credo sia inevitabile usando me stessa e ciò che mi circonda come fonte di ispirazione.
"I tried to be an artist", 2014

“I tried to be an artist”, 2014

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