La Famiglia dell’Uomo abita in Lussemburgo

503 fotografie di 273 fotografi provenienti da 68 Paesi che girarono il mondo per 10 anni ospitati da 160 musei attirando circa 10 milioni di visitatori. Non sono io che dò i numeri né propongo un rebus ma si riferiscono ad una delle pietre miliari della storia della fotografia, la “mostra delle mostre” ovvero The Family of Man. Ideata e curata nel 1955 dal fotografo di origini lussemburghesi Edward Steinchen presso il MoMA di New York, di cui ne era il Direttore del Dipartimento di Fotografia, l’esposizione sancisce universalmente la nascita della fotografia umanista. Ora è custodita definitivamente presso il Castello di Clervaux per volere dello stesso fotografo dopo la sua morte avvenuta negli anni’70. Avevo da tempo il desiderio di vivere quella mostra, di scoprire anche il Lussemburgo, e dopo aver preso ben 2 treni per raggiungere la piccola cittadina e trascorso 5 ore all’interno della mostra, posso finalmente urlare al mondo: “IO C’ERO!”. Ero proprio lì ad ascoltare quelle foto storiche, ad osservare la gioia e il dolore di una nascita, di un amore, di un lavoro, il momento entusiasmante della scuola ma anche la solitudine, la religione, la politica e la guerra. Un vero pugno allo stomaco ed è inevitabile non commuoversi consumando fazzoletti come se non ci fosse un domani!

Percorrendo le sale del castello, che rispettano per quanto possibile l’allestimento originario, ho respirato la leggenda di cui si fa portavoce The Family of Man. Una leggenda non solo da un punto di vista estetico ma anche tecnico e del messaggio intrinseco così potenti e innovativi da essere iscritta dall’ UNESCO nel Registro della “Memoria del mondo” nel 2003. Steichen voleva raccontare cos’è l’uomo, reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, i suoi sentimenti e gesti quotidiani attraverso gli scatti sia di fotografi famosi  come Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Dorothea Lange, Robert Doisneau, August Sander, Ansel Adams ed amatoriali, arrivati a lui da  tutto il mondo pubblicando annunci, consultando gli archivi della rivista Life e contattando anche agenzie fotografiche come la Magnum. Una lunga ed impegnativa selezione per un progetto a dir poco monumentale che girò il globo in lungo e in largo da Nuova Delhi a Berlino, da Washington a Brasilia, dal Sudafrica all’ Italia dove si fermò in cinque città: Milano, Roma, Palermo, Torino e Firenze. Non sapevo che le copie create per l’occasione furono ben 10 ma solo una sopravvisse all’intenso stress fisico e le fotografie, prima di essere nuovamente esposte, hanno dovuto subire grossi interventi di restauro danneggiate da usura, trasporti e stoccaggio. Il Castello, risalente al XII secolo e distrutto da un incendio durante la II Guerra Mondiale, ha attraversato diversi anni di restauro al fine di accogliere cotanta bellezza.

La spettacolarità del progetto di Steichen sta anche nell’aver allestito le centinaia di  fotografie in un modo mai visto prima, in completa rottura con il passato. Tutte le fotografie infatti, sono prive di una didascalia come siamo abituati vedere nei musei ma sono semplicemente numerate progressivamente con accanto il nome dell’autore. Non c’è cornice che chiuda ed isoli l’immagine dal resto delle foto che si presentano anche diverse per dimensione perché ciò che deve parlare è solo e solamente l’immagine, non ha bisogno di altro per essere compresa. La visita così diventa dinamica, tutti sono coinvolti attivamente con il fisico e con lo sguardo, non c’è nessuna distanza foto-visitatore che in questo modo si riconoscono a vicenda: il visitare guarda la foto e la foto lo riflette. La lettura lineare dell’ opera è ormai un lontano ricordo perché ogni singola immagine è  il fotogramma di un unico film, il film sull’uomo che consapevole della propria storia appena conclusa, è già ad un passo nel prossimo futuro, il futuro del rock’n’roll e delle ribellioni giovanili. Uscita dalla mostra di Clervaux ho capito che non si può rimanere indifferenti al cospetto di un messaggio di libertà è umanità che non ha confini, non ha sesso, non ha età e non è banale dire che la Terra è una e abbiamo il dovere morale di aiutarci. Guardando dal finestrino dell’aereo mi sono resa contro che il mondo è troppo grande e noi troppo piccoli per farcela da soli e spesso viviamo nella supponente illusione di avere il comando su tutto e tutti. Sacre sono le parole di , scrittore e grande amico di Steichen che scrisse queste parole come introduzione al catalogo di “The Family of Man”:

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