Report: Foto/Industria 2017

La terza edizione di Foto/Industria, Biennale di Fotografia Industriale promossa da MAST, è giunta ahimè al termine con un programma decisamente potenziato rispetto alle passate edizioni mettendo profondamente in crisi gli appassionati di fotografia! Oltre alle 14 mostre allestite in prestigiosi palazzi e musei nel centro di Bologna, sono stati organizzati decine di eventi collaterali tra visite guidate, proiezioni, concerti e tavole rotonde. Avendo avuto poco tempo a disposizione, ho scelto di visitarne solo alcune, quelle che mi incuriosivano maggiormente tra nomi storici e nuove scoperte, ovvero: Josef Koudelka, Alexander Rodchenko, Mimmo Jodice, Thomas Ruff, Joan Fontcuberta, e John Myers e Carlo Valsecchi. Mi dispiace ma alcuni di questi nomi mi ha un pò deluso, colpa forse per un allestimento che non mi convinceva al 100% come il caso delle pareti rosa che ospitavano il reportage di John Myers presso il Museo della Musica. Anche gli anni militanti e il lavoro minorile a Napoli di Mimmo Jodice e le dinamiche diagonali di Rodchenko mi non mi hanno entusiasmato particolarmente nonostante rappresentino dei nomi che non puoi non conoscere. Ancora in fase di riflessione il mio giudizio su Thomas Ruff e la sua filosofia della fotografia dell’ impassibilità e magari torno a vederla con calma perché è l’unica mostra che rimane allestita fino a gennaio 2018 presso il MAST.

Per gli altri però conserverò un ricordo speciale, primo fra tutti Josef Koudelka. I suoi Paesaggi Industriali curato da François Hébel presso il Museo Civico Archeologico, mi rimarranno nel cuore non solo perché ho potuto assistere all’allestimento (e il futuro disallestimento), ho lavorato tutti i giorni in quelle sale e ho avuto anche la fortuna di incontrarlo di persona scambiandoci anche qualche battuta. Non scorderò mai la sua camminata dondolante con le mani incrociate sulla schiena, il suo abbigliamento semplice e la sua sorridente disponibilità a farsi una foto con me. Un uomo davvero speciale, umile, testardo e instancabilmente curioso che dimostra un animo giovane nonostante i 79 anni! Immense le sue fotografie industriali, riunite qui per la prima volta, scattate dagli anni ’80 fino al 2000 in diversi Paesi del mondo come Francia, Repubblica Ceca, Germania, Israele e Italia. La natura violentata dall’operato umano: cave, acciaierie, città, strade, muri, ponti, cartelli stradali, industrie, fumo nero, desolazione…un vero colpo allo stomaco che non lascia respiro! Koudelka ha usato per l’occasione una speciale macchina fotografica panoramica costruita appositamente per lui dalla Leica che taglia, in uno scatto unico, l’immagine in alto e in basso per sembrare più allungata. La particolarità sta anche nella stampa degli scatti non solo in grande formato (circa 1 metro di altezza e 3 di lunghezza) ma anche sulla scelta della carta baritata con pigmenti al carbone ad inkjet ottenendo così una una resa di alta che dona un nero più intenso. Semplicemente commuovente il documentario “Shooting Holy Land” (2015) proiettato venerdì sera al MAST a conclusione della rassegna “Photographic Biopics”. Da rivedere!

Altra mostra entusiasmante è stata quella curata da Joan Foncuberta e il suo “spaziale” progetto Sputnik: l’odissea del Soyuz 2. Una storia misteriosa ed affascinante che vede come protagonista il pilota Ivan Istočninov e il cosmocave Kloka che, spediti in missione nello spazio sulla navicella Soyuz 2, scompaiono in seguito all’impatto con un meteorite. Era il 1968, lo scontro tra gli Stati Uniti e l’ URSS si faceva sempre più violento e un tale episodio avrebbe sconvolto gli equilibri del mondo perciò si pensò bene di manipolare foto, documenti e possibili dichiarazioni di colleghi. Purtroppo con la fine del comunismo, l’intera storia venne a galla e ci pensa Foncuberta a rendere omaggio Ivan e Kloaka esponendo fotografie, meteoriti e divise militari. Posso confessarvi una cosetta? E’ TUTTO FALSO! Non esiste nessuna missione Soyuz, nessun cane che girovaga nello spazio e nessuna manipolazione. Onestamente all’inizio ci ero cascata anch’io ma c’erano dei campanelli d’allarme come la saletta “vietato l’ingresso alle bambine con le trecce” dove era custodito il meteorite, le foto del pilota che presentava una sagoma troppo definita rispetto allo sfondo oppure il “selfie” nello spazio di Ivan e Kloka. Non è la prima volta che il fotografo spagnolo che si diverte a prendersi gioco di noi e della nostra sciocca ingenuità a credere in qualsiasi cosa senza un pizzico di spirito critico, è già accaduto in altri progetti come Erbario (1984) e Fauna (1987).

Ho vissuto una simile atmosfera lunare all’ ex Ospedale dei Bastardini che ospitava in alcune sale Sviluppare il futuro del bresciano Carlo Valsecchi. Amo quel posto a prescindere per un’estetica architettonica di grande fascino, lasciato grezzo sia nelle pareti che sul pavimento tra pennellate di vernice bianca e tubi di rame. Costuito nel Duecento, il nome ne rileva la sua funzione di orfanotrofio poi abbandonato negli anni Novanta e ora recuperato per ospitare eventi culturali e musicali come mi è capitato di partecipare. La mostra è frutto di un progetto ancora in corso commissionato dal MAST presso lo stabilimento della Philipp Morris di Crespellano-Valsamoggia inaugurato nel 2016. In continuo dualismo tra il giorno e la notte, tra gli interni e gli esterni, Valsecchi indaga le diverse anime della fabbrica producendo 36 foto di grande formato montante su una base di alluminio e plexiglass prive di didascalie (e la cosa ci piace moltissimo) e “bruciate” da un’esposizione estrema che le rende astratte al punto tale da non individuare i confini degli oggetti ritratti. Un vero wow merita la cappella dove il fotografo ha inserito alcune foto di fasci blu all’interno delle nicchie e, grazie ad un gioco di luci e riflessi tra i neon sul soffitto, le pareti bianche e le foto blu, l’atmosfera lunare è servita. E’ un continuo gioco di rimandi anche alla fabbrica della Philipp Morris perché quella luce quasi accecante è la stessa che Valsecchi ha visto e il blu delle foto ricorda l’acqua, simbolo del battesimo, sacramento celebrato proprio in quella cappella.