Talenti Poliedrici a Fano

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Fino al 24 giugno 2018 si terrà a Fano la X edizione di Centrale Fotografia,  Rassegna di fotografia e arte contemporanea a cura del critico Luca Panaro e del presidente dell’ Associazione Centrale Fotografia Marcello Sparaventi dedicata ai “Talenti Poliedrici”.

Cosa vuol dire essere un talento? Soprattutto un talento poliedrico? La risposta porta il nome Fabrizio Bellomo e Matteo Cremonesi, ospiti d’onore della manifestazione fanese, giovani artisti nati negli anni ’80 che nella loro vita creativa non si sono fermati all’utilizzo di un solo mezzo espressivo. Siccome a casa ferma non ci so stare e in più, curiosa di scoprire a quale punto la fotografia di ricerca fosse arrivata in Italia, ho preso la mia agendina e sono andata a Fano durante i primissimi giorni di inaugurazione tra conferenze, mostre e libri d’artista presso la Rocca Malatestiana e l’ex chiesa di San Pietro in Valle. Venerdì infatti ho avuto il piacere di conoscere Matteo Cremonesi, un talento poliedrico perché, oltre ad essere un gran chiacchierone, la sua attività di  fotografo si è arricchita con la fondazione e direzione artistica della galleria d’arte Office Project Room e con la gestione come editore della rivista PHROOM a Milano. I lavori di Matteo si concentrano sui particolari, selezionati dall’obiettivo con uno strettissimo close-up che si rivela una scelta di approccio ben precisa quasi uno stile di vita. Il chiudere l’inquadratura porta la creazione di un’immagine che va unicamente e semplicemente intuita e allo spettatore non resta che lasciarsi sedurre da essa. Si tratta di un approccio che sa anche di lentezza e di serialità per la cura all’angolo perfetto che non rimane mai solo ma fa pare una serie appunto, un prima e un dopo come se si trattasse di frame cinematografici.  Ne sono una prova Printer Office, Magma o Birds, dove le immagini apparentemente banali, nascondo in realtà un’estetica piacevole che le rende uniche.

Altro artista affascinante per la sua follia artistica è Fabrizio Bellomo, secondo ospite d’onore della rassegna e intervenuto sabato scorso che si distingue per una trasversalità dei linguaggi espressivi utilizzati. Regista e curatore dal capello riccioluto, Bellomo indaga con sguardo antropologico la società contemporanea come si evince dai suoi lavori qui esposti, due video girati in Albania e in Serbia. Quest’ultimo in particolare, è il più recente ed è presentato qui in anteprima italiana si tratta di un fake: una serie di interviste che coinvolge lo stesso Bellomo che dichiara di essere l’autore della scritta che compare alle sue spalle. Un video non perfetto né esteticamente né nel linguaggio usato perché quello che vuole raccontare è la realtà industriale mettendosi così a pari livello con il tema trattato, quello del lavoro industriale nudo e crudo e giocando allo stesso tempo sull’ambiguità della comunicazione. Cremonesi e Bellomo seguono quindi la scia di una ricerca avviata da grandi artisti italiani contemporanei che qui negli spazi della Rocca Malatestriana vengono omaggiati come ad esempio Franco Vaccari con Provvista di Ricordi per il Tempo dell’Alzheimer (2000), Olivio Barbieri, Paola De Pietri, Adrian Paci o il duo Cuoghi Corsello che ho conosciuto all’ultima edizione di Fotografia Europea a Reggio Emilia. Altri autori presenti: Marina Ballo Charmet, Botto e Bruno, Giuseppe Cavalli, Daniela Comani, Mario Cresci, Luigi Crocenzi, Paola Di Bello, Andrea Galvani, Mario Giacomelli, Robert Gligorov, Fabio Sandri, Alessandra Spranzi, Davide Tranchina, Paolo Ventura.

Fabrizio Bellomo

Fabrizio Bellomo

Nell’ex chiesa barocca di San Pietro in Valle invece ospita due lavori dall’impatto minimal di site-specific realizzati da Roberto Cavazzuti con Amplificatori di esperienza visiva e Elena Franco con Brick a cura di Chippendale Studio. 5 piramidi in posa su cavalletto come dei futuristici fenicotteri hanno lo scopo di attirare l’attenzione dello spettatore che rimane ipnotizzato dalle immagini proiettate all’interno, immagini quotidiane riprese dall’autore per strada, al mare, nella metro grazie ad un’applicazione del cellulare posto nel taschino. Si può ben immaginare che la prospettiva non sia lineare e spesso le foto risultano mosse o prive di un soggetto particolare perché frutto esclusivamente del caso. Ed è lì che succede l’impensabile: come è possibile essere attratti da cubi neri che proiettano immagini no-sense in loop perdendomi così lo spettacolo delle decorazioni della chiesa? Elena Franco invece crea dei legami iconografici tra le cappelle private di dipinti e l’opera dell’artista come ad esempio cubi di legno con impresse delle chiavi posizionati sulla balaustra dell’ altar maggiore  dedicata a San Pietro tra le sfere di marmo. A volte è sufficiente un chicco di grano per raccontare un territorio, quello di Torino per la precisione, e l’artista lo fa attraverso realizzando una texture che può essere ripetuta all’infinito mantenendo però la sua essenza autoctona.

 

Un mondo per me tutto da scoprire quello dei libri d’artista che qui vengono esposti quelli realizzati da Tim Cooper, Cristina Fori, Claudio Giuliani, Eugenio Leardini, Luciano Serafini, Antonella Speziale e Paolo Taverni. Insomma questa mia prima esperienza a Centrale Fotografia mi ha permesso avere un primo confronto con la ricerca di nuove esperienze nella fotografia contemporanea che mi fa ben pensare che è ancora possibile creare qualcosa di originale. C’è bisogno di spazi e occasioni che diano la possibilità di mettersi in gioco anche ai giovanissimi, coloro che stanno muovendo i primi traballanti passi verso il mondo dell’arte contemporanea e mi piacerebbe essere lì con loro a scoprire cosa c’è al di là dell’orizzonte. Confido molto in una crescita importante della Rassegna e penso che abbia tutti i presupposti in termini di persone e idee per far sì che accada! Se volete sapere io cosa ho provato davvero a vedere queste opere, una risposta netta e chiara non ce l’ho perché sono andata a Fano per capire se ci può essere un’intesa tra me e le nuove creature fotografiche. Sono curiosa sì, sento la necessità di vedere qualcosa di originale e non banale che vada oltre al mero rimando di una tradizione artistica passata e che ci sia una generazione capace a masticarla a tal punto da farla dimenticare come dimostrano di essere Bellomo e Cremonesi. E’ un mio esercizio per allenare l’occhio e il pensiero critico, ai posteri l’ardua sentenza.