Nel precedente articolo, L’invenzione della Basilicata: una premessa, abbiamo visto come l’immagine della regione si sia costruita nel corso dell’Ottocento attraverso eventi storici, racconti di viaggio e rappresentazioni culturali.

Nel Novecento questo processo entra in una nuova fase. La fotografia diventa infatti uno dei principali strumenti con cui raccontare la Basilicata, documentandone i cambiamenti economici, sociali e culturali. Dalle prime immagini realizzate per studi e inchieste sulla questione meridionale fino ai grandi reportage del secondo dopoguerra, il territorio lucano diventa oggetto di uno sguardo sempre più attento, capace di trasformare la fotografia da semplice documento a mezzo di interpretazione della realtà. Ripercorrere la storia della fotografia in Basilicata significa quindi seguire l’evoluzione della regione stessa e comprendere come si sia costruita, nel tempo, la sua identità visiva.


a

La Basilicata nel Novecento: un contesto storico

All’inizio del Novecento la Basilicata era una delle regioni più agricole e meno sviluppate d’Italia. L’economia si fondava prevalentemente sul lavoro nei campi e sul sistema del latifondo, mentre gran parte della popolazione viveva nei piccoli centri delle aree interne. La scarsità delle infrastrutture e il forte divario economico rispetto al Nord favorirono un’intensa emigrazione verso le Americhe e, successivamente, verso le aree industriali del Nord Italia e dell’Europa.

Il secondo dopoguerra segnò una svolta decisiva. La riforma agraria degli anni Cinquanta modificò profondamente la struttura della proprietà fondiaria, mentre il miglioramento delle infrastrutture, l’espansione dei servizi pubblici e la crescita dell’istruzione contribuirono alla modernizzazione della società lucana. Parallelamente, lo sfollamento dei Sassi di Matera e il progressivo riconoscimento del loro valore storico e culturale rappresentarono uno dei cambiamenti più significativi nella percezione della regione.

Queste trasformazioni influenzarono profondamente anche il modo di rappresentare la Basilicata. La fotografia divenne uno strumento privilegiato per documentare i mutamenti del territorio e della società, accompagnando il passaggio da una realtà prevalentemente rurale a una regione sempre più consapevole del proprio patrimonio culturale.

a

La fotografia in Basilicata nel primo Novecento

Nei primi decenni del Novecento la fotografia in Basilicata assume soprattutto una funzione documentaria. In una regione segnata dalla povertà, dall’isolamento dei centri rurali e dai grandi flussi migratori, le immagini diventano uno strumento essenziale di conoscenza, capace di affiancare le fonti scritte. Esse riescono infatti a restituire ambienti, abitazioni, lavori agricoli e forme di organizzazione sociale difficili da descrivere a parole.

Henri Cartier-Bresson pisticci 1951

© Henri Cartier-Bresson ITALY. Basilicata. Pisticci. 1951

A interessarsi al territorio sono soprattutto studiosi, geografi, antropologi e ricercatori impegnati nell’analisi della questione meridionale. La fotografia accompagna inchieste parlamentari, ricerche agrarie e studi etnografici: le immagini non nascono quasi mai con un intento estetico autonomo, ma con lo scopo di testimoniare, classificare e rendere visibile una realtà considerata marginale rispetto al resto del Paese.

In questo periodo la fotografia si lega a un’idea di rigorosa osservazione scientifica e sociale. Il fotografo è chiamato a registrare ciò che vede con chiarezza, riducendo al minimo l’intervento sulla scena. Tuttavia, è proprio questa apparente neutralità a rendere tali scatti una fonte storica inestimabile: essi custodiscono i dettagli della vita materiale, dell’architettura spontanea, degli strumenti di lavoro, dei volti e dei gesti quotidiani.

Le fotografie del primo Novecento permettono così di ricostruire aspetti della Basilicata che altrimenti andrebbero perduti. Mostrano la durezza delle condizioni di vita, ma anche la ricchezza di una società rurale fatta di rituali, saperi e forme di adattamento al territorio. In questo senso, la fotografia non si limita a documentare il passato: contribuisce in modo decisivo a fondare la memoria condivisa della regione.

a

Il secondo dopoguerra: la Basilicata al centro della fotografia italiana

Nel secondo dopoguerra la Basilicata diventa uno dei luoghi simbolo della fotografia documentaria italiana. La pubblicazione di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi contribuisce ad attirare l’attenzione di reporter e studiosi interessati a raccontare la realtà del Mezzogiorno. L’opera di Levi, insieme al rinnovato dibattito meridionalista, consacra la regione a territorio emblematico delle contraddizioni nazionali: una terra segnata da povertà e isolamento, ma depositaria di un’antica cultura materiale e di un profondo legame con la tradizione.

tomba carlo levi aliano

Tomba di Carlo Levi, Aliano © Luciana Travierso

Negli anni Cinquanta e Sessanta il contesto lucano viene attraversato da epocali mutamenti sociali: la riforma agraria, lo spopolamento delle campagne, i flussi migratori e l’avvio dello svuotamento dei Sassi di Matera ridisegnano il paesaggio e la vita quotidiana. La fotografia si fa strumento privilegiato per narrare questo passaggio verso la modernità. Le immagini non si limitano più a descrivere l’arretratezza, ma iniziano a registrare i segni del cambiamento: infrastrutture nascenti, trasformazioni urbane e nuovi comportamenti sociali.

In questo clima la regione si trasforma in un vero e proprio laboratorio visivo per autori italiani e stranieri, attratti dalla possibilità di osservare da vicino le tensioni della ricostruzione. L’intreccio tra reportage e ricerca antropologica fa sì che l’atto fotografico evolva: da semplice testimonianza delle condizioni di vita, l’immagine diventa un linguaggio interpretativo capace di indagare l’identità culturale e la memoria collettiva del territorio.

henri cartier bresson a metaponto

© Henri Cartier-Bresson, ITALY. Basilicata. Metaponto. 1973. Private farm. Farm labourers and their foreman in a plantation of salads

Un ruolo centrale in questo processo spetta alla riscoperta di Matera. A lungo percepiti come il simbolo di una piaga sociale, nel dopoguerra i Sassi iniziano a essere osservati con occhi diversi: non più soltanto come un problema da risolvere, ma come un patrimonio storico e antropologico da comprendere. La fotografia accompagna questa svolta linguistica e culturale, contribuendo a fissare nell’immaginario internazionale l’immagine della città rupestre come luogo unico, complesso e inserito nella storia del Mediterraneo.

a

I grandi fotografi della Basilicata nel Novecento

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta la Basilicata attira alcuni dei più importanti fotografi del Novecento, diventando un punto di riferimento per la fotografia documentaria italiana. Sicuramente il più celebre è Henri Cartier-Bresson che realizza a Matera immagini destinate a diventare iconiche, cogliendo con il suo celebre “istante decisivo” la vita quotidiana degli abitanti e il delicato equilibrio tra tradizione e cambiamento. Federico Patellani racconta invece il Mezzogiorno con il linguaggio del fotogiornalismo, contribuendo a far conoscere al grande pubblico le trasformazioni sociali del dopoguerra. Fosco Maraini, fotografo, antropologo e scrittore, offre uno sguardo attento al rapporto tra paesaggio, cultura e tradizioni, mettendo in luce la ricchezza umana e culturale del territorio lucano.

© Henri Cartier-Bresson, ITALY. Basilicata. Grassano. 1973. Pilgrimage to St Innocent

A partire dagli anni Sessanta emerge anche una fotografia profondamente radicata nella Basilicata. Mario Cresci, trasferitosi a Matera nel 1967, sviluppa una ricerca innovativa che unisce fotografia, antropologia e sperimentazione visiva, contribuendo al rinnovamento della fotografia italiana contemporanea. Aldo La Capra concentra il proprio lavoro sul paesaggio urbano e sull’architettura, documentando l’evoluzione dei centri storici lucani, mentre Domenico Notarangelo dedica la sua intera carriera alla memoria della regione, costruendo uno dei più importanti archivi fotografici sulla vita contadina, l’emigrazione, le lotte sociali e le trasformazioni della Basilicata.

Grazie al contributo di questi autori, la Basilicata smette di essere soltanto un territorio da documentare e diventa un luogo di ricerca fotografica e culturale. Le loro immagini non solo testimoniano i cambiamenti del Novecento, ma contribuiscono a costruire una nuova rappresentazione della regione, più complessa, autentica e lontana dagli stereotipi che per lungo tempo hanno caratterizzato il racconto del Mezzogiorno.

a

Conclusioni

La storia della fotografia in Basilicata nel Novecento accompagna l’evoluzione della regione stessa. Dalle prime immagini documentarie realizzate per gli studi sulla questione meridionale ai grandi reportage del secondo dopoguerra, fino alle ricerche antropologiche e artistiche degli autori contemporanei, la fotografia ha contribuito a costruire una memoria visiva del territorio e delle sue trasformazioni.

Oggi questo patrimonio continua a essere conservato e valorizzato attraverso archivi fotografici, fondi documentari e progetti di digitalizzazione che rendono accessibili migliaia di immagini fondamentali per la storia della Basilicata come la Fototeca Memoria Lucana.

Nei prossimi articoli approfondiremo i protagonisti di questa storia, dedicando uno spazio ai grandi fotografi che hanno raccontato la regione e agli archivi che ancora oggi custodiscono una parte essenziale della memoria fotografica lucana.

a

Fonti

  • Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli
  • Giuseppe Galasso, Storia della Basilicata
  • Michele Strazza, L’emigrazione lucana in età contemporanea. (asei.eu)
  • Giovanni Caserta, Storia di Matera
  • Rocco Di Santo, Le stagioni dell’emigrazione lucana dal XIX al XXI secolo. (Regione Basilicata)
  • Donato Verrastro, studi sulla Basilicata contemporanea e sulla storia del Novecento lucano. (Eni)

 

–

In copertina: ©Henri Cartier-Bresson, ITALY. Basilicata. 1951