Whaterver di Chiara Fossati

In occasione della pubblicazione di Whatever, il nuovo libro di Chiara Fossati, ho avuto il piacere di intervistare l’autrice. Ero curiosa di conoscere un mondo che non mi appartiene ma che vale la pena conoscere e diffondere. Edito da Cesura Publish, il libro è stato curato da Arianna Arcara e Alex Majoli e il design affidato allo  Studio Moretti Visani.

Whatever

Whatever di Chiara Fossati nasce come album di ricordi di un’adolescenza trascorsa in libertà con “tanta fame di vita e di sogni”, come lei stessa afferma. Un mondo dove l’autrice si è sentita se stessa, libera dai pregiudizi e imposizioni della società che ti vuole sagoma precisa e definita. Nel mondo rave si concretizza/va il sogno di non avere limiti, di non sentirsi dire da terzi chi essere o cosa fare della tua esistenza.

Nonostante sia trascorso del tempo da quel periodo, Chiara ha sicuramente portato con sé un insegnamento: non smettere mai di inseguire i miei sogni e di lottare per essi. Allora perché lasciare chiusi in una scatola tutti quei negativi? È trascorso tempo sufficiente per poter  guardare alla sotto cultura rave in un modo differente, riconoscendogli i giusti meriti.

Oltre alla tematica e all’esperienza personale di Chiara Fossati, la particolarità del libro è che ogni pezzo rappresenta un pezzo unico in quanto le copie sono parte di una scritta fatta con le bombolette spray da @theycallmeliviopee

 

Accenni del fenomeno rave

Se penso al fenomeno rave, lo associo immediatamente agli anni 90. In realtà ho scoperto che la contro cultura rave si sviluppa ben prima.

Le radici del fenomeno si innestano intorno agli anni 60/70 tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, a denuncia di disagi sociali, economici e politici. Se vogliamo andare ancora più indietro, l’etimologia della parola “rave” risale al dialetto scozzese del 1300, e indicava un particolare stato d’animo esaltato e delirante.

whatever chiara fossati cesura

© Chiara Fossati

Il fenomeno rave si diffonde poi in tutta Europa negli anni 90 dopo l’entrata in vigore In gran Bretagna della legge anti-rave del 1994. infatti, la carovana dei raver inglesi si sposta tra la Francia e l’Italia.  Prendono culture alternative anticapitaliste come squatters, travellers, ravers che poi si espandono in tutto il mondo. Portano con sé nuovi modi di abitare, viaggiare e vivere lo spazio.  La città metropolitana non è più il luogo ideale dove esistere e i ravers la cercano e lo creano altrove viaggiando in van per l’Europa.

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© Chiara Fossati

Anche la musica ha un ruolo fondamentale nella cultura rave. È un rito tribale, un ritrovo per giovani assetati di libertà che dona un profondo senso di condivisione. Si organizzano  feste illegali e autogestite di musica techno  in luoghi periferici lontano dai luoghi convenzionali dedicati alla musica come club e discoteche.

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© Chiara Fossati

I rave party sono l’occasione per incontrare sconosciuti, diversi da te ma uniti dalla condivisione degli stessi ideali di  vita. Era possibile immaginare un mondo diverso, una società alternativa scappando dall’alienazione moderna anche (e non sempre) ballando sotto effetto di droghe. Libera espressione di sé stessi.

Anche l’organizzazione è tutt’altro che canonica: infatti i ravers vengono a conoscenza attraverso un passaparola o volantini di un numero di telefono a chiamare alcuni giorni prima dell’evento. Poco prima dell’inizio della festa vengono a sapere l’indirizzo esatto del luogo.

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© Chiara Fossati

Oggi si continuano ad organizzare rave ma probabilmente l’anima si è svuotata della sua forza originaria. Il tempo passa, la società si evolve e cambiano le persone e le esigenze.  Scoprendo progetti fotografici come quello di Chiara Fossati o della fotografa Vinca Petersen e leggendo libri come Rave in Italy di Pablito el Drito (Pablo Pistolesi), è comune l’esigenza di storicizzare un fenomeno come i rave party e liberare i ravers dal pregiudizio dei “fattoni”. Anche se è un fenomeno che non mi appartiene, riconosco che sono parte della storia contemporanea dando il giusto merito.

 

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Chi è Chiara Fossati

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Chiara Fossati si forma come fotografa allo Studio Fondazione Marangoni di Firenze e al Goldsmith College di Londra (master in fotografia e culture urbane) ed entra poi a far parte del collettivo fotografico CESURA. Qui lavora anche come assistente del fotografo Alex Majoli, al tempo presidente di Magnum Photos.

Nell’estate 2014 prende parte al Danube Revisited: The Inge Morath Truck Project, dove ricopre il doppio – e insolito – ruolo di fotografa e camionista. Dal 2016 ha lavorato come studio manager per il fotografo Davide Monteleone e ora per l’artista Paolo Ventura. Dal 2017 insegna storia della fotografia contemporanea allo IED di Milano.

Nel 2018 vince il Premio Marco Pesaresi per la fotografia contemporanea con il suo progetto Villaggio dei Fiori. Dal 2020 ritorna a far parte del collettivo CESURA, con cui ha appena pubblicando il suo primo libro: Whatever.

 

 

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