Intervista | Marco Donnarumma e la corporeità ibrida

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Marco Donnaruma, nato a Napoli nel 1984,  è artista performativo, regista, compositore e ricercatore con base a Berlino. Nei suoi lavori unisce la performance contemporanea, l’arte multimediale e la computer music con il corpo e la tecnologia ottenendo un effetto molto forte sul pubblico.


 Qual è la tua formazione accademica?

Ho avuto un percorso transdisciplinare. E’ cominciato tutto all’Accademia di Belle Arti di Milano dove ero iscritto a Pittura; lì ho iniziato a sperimentare con la video art e la sound art. Dopo il primo anno mi sono spostato all’Accademia di Venezia per studiare Nuove Tecnologie per le Arti,  all’epoca uno dei pochi percorsi di studi del genere (chiuso poco dopo la mia Laurea). E’ stato lì che ho imparato a programmare software e sviluppare sistemi interattivi audiovisuali, unendo queste tecniche al mio interesse per la performance art.

Nel 2007, appena laureato ho lasciato l’Italia. Dopo vari viaggi nell’Europa dell’Est lavorando come sound artist per progetti di danza e Butoh, nel 2010 sono approdato in Scozia a Edimburgo e ho cominciato un master di ricerca in Sound Design. In quel periodo ho creato l’XTH Sense, lo strumento musicale biofisico con cui lavoro ancora oggi.

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Marco Donnarumma © Margherita Pevere

Nel 2012 ho cominciato un dottorato al Goldsmiths College, University of London, sotto la supervisione del performer Atau Tanaka e del media theorist Matthew Fuller. La mia ricerca a Londra combinava lo studio delle tecnologie biofisiche per la performance art con lo studio culturale del corpo, passando da gender studies a disability studies e filosofia della tecnologia.

 

 

Sound art, performance, internet art: la multidisciplinarietà è l’anima del tuo lavoro. Come si sono evolute le tue performances, da “I C::ntr::l Nature”  fino a “Eingeweide”?

E’ stato un processo organico. Nei primi anni, fra il 2004 e il 2009, mi dedicavo a lavori di sound art e video art. Le prime sperimentazioni sull’interazione dal vivo suono e immagine come I C::ntr::l Nature (2009) mi hanno portato a sviluppare un interesse sempre più  marcato verso il corpo; non solo il corpo umano, ma anche il corpo del suono – la sua presenza e forza fisica e percettiva – e il corpo tecnologico – circuiti, cavi, motori e le loro varie configurazioni. Come accennavo prima, nel 2010 ho creato l’XTH Sense: questo è uno strumento musicale che permette di creare musica in tempo reale campionando i suoni dei muscoli del performer con un piccolo microfono indossabile. Il corpo umano quindi diventa una sorta di strumento musicale. Lavorare con l’XTH Sense mi ha permesso di sviluppare dei paradigmi di interazione fra performer e macchina basati sull’ “effort”, la tensione (fisica, muscolare e psichica), e la relazione fra suono e corporealità sul palco.

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Marco Donnarumma e Margherita Pevere, Eingeweide (2018) © Manuel Vason

Questo tipo di corporeità ibrida è diventato col tempo un punto fermo e un territorio di esplorazione vasto per la mia ricerca e la mia estetica. Negli ultimi anni, ho cominciato a chiedermi come questa corporealità interagisce nelle relazioni interpersonali e nelle dinamiche sociali: come può diventare uno strumento di normatività nelle mani delle strutture di potere, e come, invece, può essere sfruttato nell’arte per mostrare come quelle stesse strutture sono distruttive e possono essere rimpiazzate. Questo è il tema del mio ultimo ciclo 7 Configurations (2006-2019), che è dedicato alla relazione tra politiche del corpo (umano e non) e intelligenza artificiale.

 

 

Da quali riflessioni nasce il tuo “Manifesto personale” che cerchi di rispettare nella creazione delle tue opere? In cosa consiste?

Diciamo che ho una serie di punti fermi, con cui mi confronto ogni volta che devo creare una nuova opera, in questo senso sì, è un manifesto personale. Ogni opera deve avere una intima onestà, nel senso dell’essere “reale” viva e presente nel momento, con meno mediazioni possibili per chi la esperisce. Ogni opera deve essere sviluppata con rigore, sia artistico che scientifico, fino all’ultimo dei più piccoli dettagli. Ogni opera deve possedere e comunicare una forte dimensione estetica che è self-sustaining, che non ha bisogno di testi descrittivi per essere esperita.

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Marco Donnarumma e Nunu Kong, Alia-Zu-tai (2018 ) © Dario J Laganà | norte.it, Underskin Photography

Ogni opera deve portare avanti una rottura, uno scardinamento di stereotipi e pregiudizi, ma anche una rielaborazione drastica di temi e discipline tradizionali. Ogni opera deve essere viscerale, deve distruggere le aspettative del pubblico e forzare le soglie di percezione e di intelligibilità a cui siamo abituati. Ogni opera deve essere complessa abbastanza da offrire livelli di interpretazione che sono accessibili alle più diverse estrazioni sociali e background culturali. E infine, ogni opera deve essere diversa dalla precedente, no ripetizioni, no copie, no idee riciclate, ma trasformazioni e mutamenti di temi, strumenti e visioni.

 

 

Come cambia il pubblico di fronte alle tue performance in giro per il mondo e/o in base all’età?

l pubblico è un corpo a se stante, produce energia palpabile, assorbe i suoni, emana calore e suoni. E’ inevitabile che in diversi paesi il corpo pubblico sia molto diverso, a prescindere dal tipo di performance o opera proposta. Premettendo che posso solo generalizzare brutalmente, in Europa il pubblico mi sembra sempre abbastanza tradizionale, legato com’è a delle tradizioni radicate. E’ un pubblico caldo ma che non si lascia sopraffare facilmente dalle emozioni. In Messico ad esempio, un paese che amo, è molto diverso, c’è un’energia particolare, avvolgente, vibrante, e la puoi trovare per strada, nei mercati come nei teatri. In Cina, dove ho lavorato per qualche anno, ho avuto esperienze molto variegate, ma quello che ho trovato più interessante è come il pubblico sia estremamente curioso, attento e noncurante di esprimere dubbi o domande difficili; una caratteristica che stimo molto.

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Marco Donnarumma, Amygdala (2018), © Margherita Pevere, William Veder, Marco Donnarumma

Non saprei riflettere precisamente su come il mio pubblico cambia in base all’età. Quello che mi rende molto felice è vedere come il mio lavoro venga seguito da persone di età e background molto diversi. Molti studenti giovani che si trovano ad affrontare temi di corpo, tecnologia, suono e performance mi contattano regolarmente per scoprire il mio lavoro. E’ una grande soddisfazione.

 

 

Sei mai stato vittima di censura a causa dell’impatto molto forte dei tuoi spettacoli o installazioni come “Amygdala”? Come la affronti?

Sì, alcune volte sono stati casi abbastanza plateali, altre volte più velati. Con Amygdala è capitato diverse volte; l’episodio più eclatante è stato in occasione di un premio molto importante dove Amygdala era stata nominata installazione vincitrice da una giuria di curatori. L’organizzazione del premio non era d’accordo con la decisione della giuria e per diverse settimane non si è capito cosa sarebbe successo. Alla fine, dopo pressioni da parte dei giurati, il premio mi è stato consegnato ugualmente, ma con la clausola che Amygdala non sarebbe stata mostrata nell’esibizione dell’evento principale, bensì in un altra location per un evento separato. Mi dissero che avevano il timore che Amygdala sconcertasse il loro pubblico, che includeva molte famiglie con bambini. Quello che trovo interessante è che i bambini invece adorano Amygdala perché ai loro occhi è un animaletto meccanico. Come potrebbero non adorarla, è un robot che si muove come un animale. E’ agli occhi degli adulti che Amygdala fa paura.

Marco Donnarumma, Amygdala, particolare, (2018) © Margherita Pevere, William Veder, Marco Donnarumma

Naturalmente casi del genere sono complessi da affrontare per ogni artista. Nel mio caso, non mi sorprende che succeda: faccio un tipo lavoro che è scomodo per molti, difficile da digerire, non immediato. Mi impegno per farlo con rigore e con poesia per far si che chi e’ pronto ad “ascoltare” lo possa fare ricevendo molto in cambio dal lavoro stesso. Non cerco la spettacolarizzazione, ma la visceralità dei temi che affronto. E’ quindi naturale che ci si imbatta in una chiusura. E’ proprio quella chiusura che voglio annientare. Allo stesso tempo, questa che ho descritto rimane una forma di censura morbida, è il germoglio di una cultura dell’oppressione che sfocia in censura davvero pericolosa e inumana, come quella che subiscono gli attivisti imprigionati e torturati per la loro difesa dei diritti sociali, o dell’ecosistema o o dagli abusi sistemici di potere, in particolare in quest’epoca.

 

 

Da dove prendi ispirazione per i titoli delle tue opere? 

Dipende da opera a opera. In generale ho una passione per il Latino, che utilizzo spesso per esprimere concetti complessi che non esistono in altre lingue. Come Corpus Nil, il titolo di una mia performance solista: Corpus in Latino può significare corpo, ovviamente, ma anche persona, cadavere, materia, organismo, società. E Nil significa nulla. Mettendo insieme le due parole, si ottiene quest’idea di corpo zero, uno stato di annullamento totale del “corpo” come lo conosciamo, e quindi un’ opportunità di ricostruzione del corpo stesso in nuove forme.

Alia: Zǔ tài è una produzione sviluppata fra Shanghai e Berlino. Il titolo è l’unione di Alia, dal Latino “altro”, e dal Cinese zǔ tài, “struttura” o “forma” o configurazione; quindi una configurazione altra, di persone e macchine, di psiche e corpi.

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Amygdala e’ il nome del cluster di neuroni che, negli animali vertebrati di una certa complessità, inclusi gli umani, processano la memoria, il decision-making e i responsi emozionali. L’ho scelto per ingannare il pubblico ad attribuire un gender al robot, ma anche come commento cinico su come troppo spesso (e da decenni) i cyborg e le creature ibride vengono dipinte – da uomini – come donne oversexualised e violente.

Eingeweide è forse il titolo più letterale fra le mie opere. E’ la parola tedesca per viscere e l’ho voluta in quanto il pezzo era il primo commissionato e creato in Germania, dove ora vivo da 5 anni. Dico che è letterale perché il pezzo è proprio questo, è viscerale in termini di coreografia, composizione musicale, luce, scenografia.

 

 

Durante l’ultima edizione del Romaeuropa Festival hai presentato il tuo nuovo pezzo chiamato “Humane Methods”. Di cosa si tratta?

Humane Methods e’ il primo pezzo prodotto dal nostro artist group Fronte Vacuo, fondato quest’anno da me, Margherita Pevere e Andrea Familari a Berlino. E’ una performance che espone diverse facce della violenza odierna; una violenza che emerge dalla convergenza di potere, intolleranza e sviluppo tecnologico e che si esprime nello sfruttamento – catastrofico e maniacale – di tutti gli esseri viventi e dell’ecosistema.

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Marco Donnarumma e Margherita Pevere, Humane Methods (2019)

Il pezzo chiede quali nuove prospettive possono essere rivelate esponendo questa violenza, svelando la fragilità umana. Come rivelare la violenza intrinseca alla progettazione di sistemi di intelligenza artificiale e biotecnologia? Quali particolari processi fisici, fisiologici e psichici vengono espressi e vissuti attraverso la violenza?

E’ un pezzo di 70-100 minuti per nove performer umani, due performer robotici e un algoritmo di intelligenza artificiale. Combina teatro, danza, drammaturgia, musica generativa e performance art in una chiave tesa e radicale. Vogliamo aprire un baratro sotto i piedi degli spettatori.