Interviste | Giovanna Gammarota, curatrice di Street Photo Milano

Dal 16 al 19 maggio 2019, Milano diventa capitale della street photography: torna la seconda edizione di Street Photo Milano nato in collaborazione con il Miami Street Photography Festival. La sua curatrice, Giovanna Gammarota, racconta il festival milanese in questa lunga intervista.

 

 

© Sonia Granata, Italy – Miami Street Photography Festival 2018

1. Come nasce il Festival Street Photo Milano e perché dedicarlo alla street photography?

Street Photo Milano (SPM), giunto alla sua seconda edizione, la prima per me come curatrice ufficiale, nasce dall’entusiasmo di alcune persone particolarmente appassionate di street photography tra cui Cristiano Mauri, ideatore della manifestazione. Mauri si è messo in contatto con il Miami Street Photography Festival (MSPF) che da anni realizza questo festival con grande successo e probabilmente, se non il più grande di questa categoria, è almeno uno dei più conosciuti con la partecipazione di fotografi da tutto il mondo. Era interesse del MSPF creare una rete di altri festival collegata a questo in altre parti del mondo e il primo Paese con cui è creata questa opportunità è stato proprio l’Italia. In particolare la scelta di Milano è dovuta alle sue caratteristiche urbane e sociali che permettono di creare un contesto perfetto per la street photography. Street Photo Milano si avvale della collaborazione in primis del Miami Street Photography Festival con cui ad esempio si è deciso di esporre le foto vincitrici del Contest di Miami a Milano e viceversa. Assieme a Leica, main sponsor e partner, vi è stata una condivisione della scelta  dei fotografi che il festival ospita. Una delle caratteristiche principali che accomuna Miami e Milano, è anche quella di dare molto spazio ai non professionisti e agli appassionati di questo genere di fotografia i cui lavori affiancano quelli realizzati dai professionisti.

© Roberto Andrade, Brasil – Miami Street Photography Festival 2018

 

2. In che modo si può definire la street photography?

Non amo molto le categorie perché il confine è molto labile tra di loro. La difficoltà nasce credo dalla duttilità intrinseca della fotografia che difficilmente riesce a rimanere stretta all’interno dei confini di una categoria. All’interno dello stesso panorama visivo della street photography possono co-esistere il paesaggio, il ritratto, l’architettura e lo stesso reportage. A mio avviso, incasellare una fotografia nel genere della street è una forzatura perché dipende soprattutto dall’espressione che l’autore vuole dare alla situazione. Ciò che conta quindi è la cifra stilistica, la precisa visione del fotografo che traspare dalle sue immagini anche quando si tratta di scatti unici che, una volta messi assieme, la rendono visibile, ne è prova la mostra di Fulvio Bugani. Il fotografo, consapevole della propria preparazione “intelletual-visiva” fatta di studio ed elaborazione pregressa di canoni visivi, si rende predisposto a cogliere ciò che la realtà offre. Tale alchimia, contrariamente a quello che di solito si pensa, non è semplicemente frutto di una casualità, non è studiata a tavolino, non svela la verità della strada senza nessuno che sia pronto a capirla e ascoltarla. L’unione di sensibilità e preparazione porta il fotografo a stabilire un nesso con il luogo come accade a grandi autori quali ad esempio Raymond Depardon o Daido Moriyama.

© Enrico Markus Essl, Austria – Miami Street Photography Festival 2018

3. Nel programma di mostre, contest e portfolio review di SPM, c’è anche quella dedicata ai fratelli Henkin vissuti negli anni ’30. Come si inserisce in un festival di fotografia contemporanea, una mostra storica come questa?

La mostra dei fratelli Evgeny e Yakov Henkin nasce da una casualità: quando abbiamo contattato Gueorgui Pinkhassov, uno degli ospiti dello Street Photo Milano, con molta umiltà e generosità ci ha detto di non essere interessato ad una sua mostra ma che avrebbe preferito portare a Milano quella dei fratelli Henkin. Noi abbiamo accettato con entusiasmo la proposta e successivamente ci siamo messi in contatto con la nipote di Yakov Henkin, Olga Walther, che gestisce l’archivio composto da circa 7000 scatti. Evgeny e Yakov Henkin, morti giovanissimi, sono stati entrambi fotografi degli anni ’30, portando avanti un lavoro parallelo durante un periodo storico molto particolare in due città diverse, Leningrado, dove c’era la dittatura comunista di Stalin e Berlino con il nazismo di Hitler. È sorprendente notare come alcune immagini di quegli anni siano in realtà molto attuali, con inquadrature moderne, quasi cinematografiche. Si tratta di un tipo di fotografia che, a distanza di 90 anni si può definire sicuramente storica poiché riproduce un periodo ben preciso documentando la vita e il costume dell’epoca.

È possibile che la presentazione di un autore storico all’interno dello Street Photo Milano diventi un tratto distintivo del festival per sottolineare appunto il legame della fotografia documentaria contemporanea con del passato.

Spettatori allo stadio. Foto di Yakov Henkin. Leningrado (oggi San Pietroburgo), USSR/Russia, c. 1930s. (“Un ringraziamento alla Spartak Sports Society”) © Henkin Brothers Archive Association (HBAA)

4. Parliamo di te e del tuo ruolo di curatrice: dal rapporto con i fotografi all’organizzazione di un festival che vede protagoniste molte collaborazioni internazionali. Quali sono le difficoltà maggiori che hai riscontrato?

Direi che è un lavoro abbastanza complesso perché si tratta non solo di curare l’allestimento o la comunicazione ma anche di incastrare gli impegni, le discussioni sui lavori da mostrare in base alle date del festival, quando organizzare talk o workshop di autori provenienti da tutto il mondo. Da un lato il lavoro del curatore è stressante perché ci sono tante attività da portare avanti appunto ma per certi versi è esaltante come una roulette russa. Per quanto riguarda la selezione delle immagini e l’impostazione del percorso visivo, ho dovuto lavorare non solo sulla quantità e sulle immagini in sé di ogni autore ospite del festival ma anche studiarle nel loro insieme per creare una coerenza tra di loro.  Allestire sette mostre nello stesso spazio quindi ha richiesto un preciso lavoro di editing al fine di evitare di metterne troppe ed essere ripetitivi. Il momento della selezione di immagini, 20 per ogni autore, è vissuta diversamente in base ai fotografi stessi in quanto con alcuni lo si costruisce insieme confrontandosi e a volte anche scontrandosi, sempre in senso positivo come è stato con Fulvio Bugani, altri invece hanno un’idea ben precisa su come esporre il proprio lavoro come Jacob Aue Sobol.  Questo è un momento importante ed imprenscindibile nella costruzione di una mostra, è un lavoro di squadra ed è difficile, in un festival, per il loro livello e la varietà stilistica.

Il fotografo, pienamente dentro al suo lavoro, molte volte ha bisogno di uno sguardo esterno, sempre preparato criticamente, a giudicare e a costruire un flusso visivo che accompagni il visitatore. Stessa cosa è avvenuta per le 90 immagini di autori diversi, unite dal grande tema della strada, provenienti dai Miami Photo Contest e per quelle dei 14 membri del collettivo Observe .

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© Collettivo Observe

 

5. Cosa consigli per i giovani curatori?

Sono una curatrice anomala, un’autodidatta. Mi occupo di fotografia dagli inizi degli anni ’90 come fotografa prima e, col passare del tempo continuando a frequentare luoghi, a leggere e studiare la fotografia, mi sono resa conto che questo mondo necessitava sì di nozioni ma anche di molto intuito. Intendo con questo il saper guardare in maniera non accademica come storico dell’arte o della fotografia e dire ad un fotografo che le sue immagini rimandano ad altri autori perché è ovvio che tutto è già stato fatto. L’immaginario visivo appartiene non solo al singolo ma alla collettività stessa in quanto viene trasmesso attraverso altri linguaggi come la letteratura  o il cinema. La differenza sta nel far scoprire sì altri autori ma senza forzare l’atto del guardare, ascoltare l’immagine intercettando la stratificazione culturale del fotografico.

L’intuito è questo: saper guardare l’immagine per quello che è, senza pregiudizi perché la foto deve stimolare l’osservatore. Se il messaggio arriva a chi la guarda, l’immagine ha già raggiunto il suo obiettivo, non appartiene più al fotografo che l’ha creata e scaturiscono altri livelli di conoscenza dell’immagine stessa. In conclusione: il quid per un curatore è la capacità di non appiccicare all’immagine un concetto pre costruito, guardare come la prima volta, non calare sentenze per rispetto in primis dell’autore e del suo lavoro.