Quale ruolo ha avuto la fotografia nella costruzione dell’immaginario sul Mezzogiorno d’Italia, e in particolare sulla Basilicata? Dalla metà del XIX secolo in poi, le immagini prodotte e diffuse hanno contribuito a definire — e spesso a distorcere — la percezione collettiva di questa Regione.


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Il ruolo della fotografia nella costruzione dell’immaginario sulla Basilicata dal XIX secolo

La Basilicata entrò nel panorama visivo collettivo con le immagini scattate in occasione del terremoto del 1857. Le fotografie di Alphonse Bernoud e Claude Victor Grillet, diffuse dalla stampa internazionale, contribuirono a consolidare una visione della Basilicata come terra remota, arretrata e colpita da disastri naturali. Questa prima rappresentazione visiva alimentò uno stereotipo duraturo, rafforzato dalla sistematica esclusione della Regione dalle principali campagne fotografiche italiane successive all’Unità d’Italia. Solo in rare occasioni, come nel 1931, alcuni monumenti lucani vennero documentati, lasciando la Regione ai margini della narrazione visiva dell’Italia unificata.

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Mappa storica della Basilicata

Prima dell’unificazione, la Basilicata faceva parte del Regno delle Due Sicilie, governato dai Borbone, in un contesto segnato da latifondi e strutture feudali. Nell’Ottocento, la mancanza di infrastrutture, le condizioni insalubri del metapontino e una profonda crisi agraria alimentarono un’emigrazione massiccia. La borghesia liberale, sebbene detentrice del potere locale, risultava distante dalle esigenze delle classi popolari, più interessata a preservare i propri privilegi che a rispondere al disagio sociale. In questo vuoto di rappresentanza sociale e politica, emerse la figura del brigante: percepito da parte del popolo come difensore, ma rapidamente etichettato come nemico dell’ordine pubblico dal neonato Stato italiano, che rispose con una repressione particolarmente violenta.

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L’iconografia del brigante: fotografia e propaganda 

Nel contesto dell’Italia post-unitaria, ancora segnata da profondi squilibri sociali e territoriali, la figura del brigante si impone come uno dei primi soggetti fotografici del Sud. I briganti non erano una categoria omogenea: tra loro figuravano ex soldati borbonici, ex garibaldini, contadini insorti, ma anche veri e propri malviventi e numerose donne (ricordiamo Filomena Pennacchio, compagna del brigante Giuseppe Schiavone, Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito). Questi gruppi agivano principalmente nelle aree interne dell’Appennino meridionale, territori impervi e difficili da raggiungere, che conoscevano bene. Spesso potevano contare sulla complicità di contadini poveri, membri del clero o ex latifondisti nostalgici dei Borbone, che vedevano nei briganti un possibile strumento di restaurazione politica.

Scene di briganti, 'Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografia in Lucania a cura di Ferdinando Mirizzi, Franco Angeli, 2010

Scene di briganti, ‘Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografia in Lucania a cura di Ferdinando Mirizzi, Franco Angeli, 2010

Inizialmente, la rappresentazione fotografica dei briganti oscillava tra il pittoresco e il romantico, sulla scia di una lunga tradizione pittorica, come quella di Bartolomeo Pinelli e Francesco De Bourcard. In queste prime immagini, il brigante appariva come una figura folklorica, quasi leggendaria. Ma ben presto la fotografia divenne uno strumento politico nelle mani dello Stato unitario, che mirava a criminalizzare il fenomeno del brigantaggio e a costruire una narrazione rassicurante per l’opinione pubblica e per le élite del nuovo Regno d’Italia.

Viaggiatori assaliti dai briganti, acquerello di Bartolomeo Pinelli (1817).

Viaggiatori assaliti dai briganti, acquerello di Bartolomeo Pinelli (1817)

Fotografi borghesi come Alphonse Bernoud, Ferdinando Caparelli, Emanuele Russi, Carlo Fasolari, Raffaele Del Pozzo e Giuseppe Chiarotti vennero incaricati dal generale Enrico Pallavicini di realizzare ritratti in posa dei briganti catturati, come i famosi Ninco Nanco o Carmine Crocco, presso le carceri della Basilicata, in particolare quella di Melfi.

Briganti uccisi e fotografati da Raffele Del Pozzo, Alphonce Bernoud, da ‘Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografia in Lucania’ a cura di Ferdinando Mirizzi, Franco Angeli, 2010

Questi scatti, tutt’altro che spontanei, erano curati nei minimi dettagli: pose rigide, sfondi naturali ricreati con pietre e tronchi a evocare i boschi, abiti tradizionali e oggetti simbolici. Ne emerge una vera e propria iconografia del brigante, rappresentato come “curiosità etnica”, figura primitiva e appartenente al folklore locale. Le immagini del brigante contribuirono a consolidare una rappresentazione del Sud arretrato e violento, giustificando così le politiche repressive e l’intervento militare. La fotografia serviva quindi a rassicurare il ceto dominante, fornendo una lettura superficiale del brigantaggio, senza mai interrogarsi sulle sue cause profonde ovvero povertà, ingiustizia sociale ed esclusione politica.

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Memoria sociale e rito familiare

Parallelamente all’ uso politico e repressivo della fotografia, si sviluppa anche una sua funzione sociale e antropologica nel quotidiano della popolazione lucana. 

Nel Mezzogiorno in generale, l’attività fotografica professionale si è diffusa con ritardo rispetto al resto d’Italia. Inizialmente strumento elitario per via dei costi elevati dei materiali, dello sviluppo e del trasporto di grossi macchinari, la fotografia diventa progressivamente accessibile anche ai ceti popolari nel corso del Novecento, diffondendosi soprattutto attraverso gli studi fotografici. Gli studi fotografici offrivano infatti servizi legati a momenti significativi della vita come battesimi, comunioni, matrimoni, nascite e lutti. La fotografia in Basilicata si consolida così come parte integrante dei riti di passaggio.

da ‘Da vicino e da lontano’

Le fotografie seguivano regole precise, con pose studiate e scenografie costruite per comunicare lo status sociale, la buona salute o i legami familiari, anche verso i parenti emigrati. Infatti esistono foto che ritrae la nascita bambino nudo per dimostrare la discendenza familiare o bambine coperte per testimoniare la buona salute. Ad esempio in occasione dell battesimo canonicamente vedeva i soggetti in posa con il prete in procinto di fare il segno della croce sulla fronte. Di altri sacramenti come la comunione e la cresima c’è una traccia meno significativa, più che altro scene ricreate in studio con l’ostia.

Un momento centrale però rimane quello del matrimonio, ancora oggi uno dei principali “cavalli di battaglia” della fotografia professionale tra fine Ottocento e inizio Novecento. In Basilicata, soprattutto nelle famiglie contadine degli anni ’40 e ’50, il servizio fotografico nuziale conferiva solennità all’evento e restituiva un’immagine idealizzata della coppia e del rito. Negli anni ’70 nasce il fotolibro di matrimonio, che amplia ulteriormente le possibilità narrative dell’immagine. Un altro momento spesso fotografato era il funerale: con la funzione di esorcizzare la morte, i defunti venivano immortalati secondo precise convenzioni iconografiche: distesi a letto o nella bara, circondati dai familiari. Se la famiglia disponeva di risorse economiche, si documentava anche l’intero funerale.

Scene di matrimonio e ritratti di famiglia, da 'Da vicino e da lontano'

Scene di matrimonio e ritratti di famiglia, ‘Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografia in Lucania’ a cura di Ferdinando Mirizzi, Franco Angeli, 2010

Il fotografo quindi non era solo un esecutore dello scatto, ma un regista dell’intera rappresentazione. Sceglieva sfondi, forniva abiti adatti e curava la composizione visiva. L’intervento continuava anche in camera oscura: rughe e imperfezioni venivano ritoccate per restituire un’immagine ideale, coerente con i codici estetici e culturali dell’epoca.

Come sottolineato dalla storica Angela Verrastro, la fotografia familiare consente di ricostruire l’evoluzione dei costumi attraverso i generi visivi, dalle pose ritualizzate alle messe in scena simboliche. Con l’avvento del dilettantismo fotografico, molti iniziarono a fotografare in autonomia, sia per passione sia per contenere le spese. Questa democratizzazione dell’immagine ha reso la fotografia uno strumento ancora più diffuso nella vita quotidiana lucana.

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Conclusioni

L’uso della fotografia come strumento di controllo e propaganda fu affiancato da un apparato teorico che giustificava la repressione in chiave “scientifica”, come gli studi di Biagio Miraglia, che anticipano le teorie di Lombroso. Miraglia infatti misurava crani e caratteristiche fisiche dei briganti per dimostrare l’inferiorità biologica, confondendo categorie razziali e sociali per legittimare la supremazia borghese e settentrionale.

In questo modo, il Sud — e Napoli in particolare — fu rappresentato come patria congenita di criminalità e arretratezza, rafforzando stereotipi duri a morire. Anche Antonio Gramsci, nella sua Questione meridionale, riflette su questo pregiudizio, sottolineando come al Sud non si offrisse una reale possibilità di riscatto, poiché la sua presunta inferiorità era considerata “naturale” e non il frutto di precise dinamiche storiche ed economiche.

Questa evoluzione della fotografia in Basilicata dimostra come l’immagine sia stata sia strumento di dominio, utile a costruire l’immaginario di un Sud “altro” e pericoloso, sia un mezzo per autorappresentarsi, raccontare la propria vita, costruire memoria familiare e identità sociale. È proprio in questa doppia funzione — politica e antropologica — che la fotografia meridionale rivela tutta la sua complessità e la sua importanza storica.

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Fonti