Fotografia Europea OFF: la top5 secondo Luciana Travierso

Da quando ho inaugurato il blog,  Festival e manifestazioni di fotografia sono state fonte di spunto per scrivere piccole recensioni o consigliare mostre da visitare compresa Fotografia Europea che quest’anno è stata dedicata ai Legami Intimità Relazioni Nuovi Mondi. Se nelle edizioni precedenti mi sono focalizzata sugli autori storici come Walker Evans e Gabriele Basilico, Paul Strand  e Gianni Berengo Gardin o ai giovani emergenti del circuito ufficiale, per l’edizione 2019 ho deciso di cambiare rotta e concentrarmi sul circuito OFF. La mia piccola guida delle mostre da non perdere segue i consigli delle mostre da non perdere scritte da Jana Liskova e Chiara Pirra.

 

1.Valerio Polici, Ergo Sum
Chiostri Spazio C21 – Via Emilia San Pietro, 21 Reggio Emilia

© Valerio Polici, “Ergo Sum” (2009-2015)

Vincitore del circuito OFF di Fotografia Europea 2019, il romano Valerio Polici ci mostra un mondo, quello dei writers, che vive nell’oscurità ed è fatta di persone dal volto coperto e pronte a scappare dalle forze dell’ordine. Una vita all’insegna dell’illegalità e dell’adrenalina, della comunità e della complicità. Ergo Sum è un progetto durato sei anni che ha portato Valerio a seguire diverse crew in giro per il mondo, dall’Europa all’Argentina. In queste immagini, Valerio non è solo il fotografo che immortala gli attimi fuggenti  e trasgressivi dei writers che sgattaiolano sui tetti delle città ma anche nel sottosuolo e negli edifici abbandonati alla ricerca di un posto dove lasciare la propria firma. In realtà Valerio è stato uno di loro e fotografarli è fotografare se stesso: una ricerca condivisa, sentita a 360° e tradotta con un bianco e nero che sfugge anch’esso alla definizione tecnica. La mostra è curata da Chiara Pirozzi.

 

2. Alessandro Padalino, Urban Connection
Zazie – Via San Carlo 9 Reggio Emilia

Alessandro Padalino, Urban Connection


Avevo conosciuto Alessandro Padalino in occasione di SINestESIA, mostra collettiva curata da Jana Liskova alla BDC di Parma e ne ero rimasta particolarmente colpita e rivederlo nel programma di mostre dell’OFF mi ha rincuorato. Il suo lavoro racconta l’incontro/scontro tra passato e presente sottolineando il progressivo isolamento dell’uomo che soccombe a causa della maestosità urbana. Il paesaggio, caratterizzato da un’architettura urbana e da monumenti legati storicamente all’ex blocco sovietico, si scontra con una presenza umana incurante di ciò che lo circonda. La loro convivenza risulta interferita tra chi quei simboli architettonici e monumentali così austeri e grandiosi di un recente passato come la rivoluzione del 1989, la scomparsa della DDR e la dissoluzione dell’URSS vorrebbero cancellarli perché diffusori di stereotipi e chi invece nutre rispetto in quanto memoria storica. L’intento del fotografo è di prendere atto della loro esistenza e testimoniare attraverso le proprie immagini questo dissidio che i popoli europei dell’Est vivono.

 

 3. Antonie D’Agata, Legami
Spazio Fotografia San Zenone – Via San Zenone 2/b Reggio Emilia

© Antoine D’Agata, Phnom Pehn, Cambodge, 2006

Antonie D’Agata è un artista molto controverso: anima punk, vagabonda, dissoluta ed estrema, alterna droghe e risse a riconoscimenti altissimi come la nomina a membro dell’Agenzia Magnum nel 2004 e premi internazionali.  Lui stesso afferma che “L’arte mi interessa quando è gridata… vomitata” , ovvero devi viverla da vicino, masticarla e poi buttarla via e lo si può ben capire vedendo le sue fotografie esposte presso lo Spazio Fotografia S.Zenone. Passione e violenza si confondono per rappresentare l’azione che sia fotografata a colori o in bianco e nero, analogica o digitale utilizzando la Leica o la Polaroid. Corpi nudi, capelli scomposti, occhi socchiusi: D’Agata ci butta addosso un mondo intenso, urlato e senza filtri come se fosse la sua, un’urgenza vitale.  Anche questa è realtà, seppur intima ma è fatta di eccessi e di libertà dove ognuno può lasciarsi andare senza nessun tipo di vergogna o pudore diventando quasi tenera.

 

4. Martin Parr, Beach Therapy
MAX&Co. – Piazza Pranmpolini, 2 Reggio Emilia

Martin Parr, dalla serie “Beach Therapy”

Martin Parr, irriverente fotografo inglese presenta a Reggio Emilia il suo ultimo lavoro Beach Therapy all’interno del negozio di abbigliamento MAX&Co, noto marchio reggiano, fino al 30 maggio. La mostra, a cura della Damiani e Studio Blanco, era già stata presentata nella gallery della casa editrice bolognese lo scorso febbraio. Il mondo che Parr ci mostra, quello delle spiagge, si allontana apparentemente dai suoi lavori precedenti che vedeva la macchina fotografica vicina al soggetto pronta a catturare il lato più kitsch della società inglese. Qui invece il punto di vista di allarga e le persone diventano dei piccoli puntini che passeggiano tranquillamente in località balneari inglesi ma proprio quel posto rappresenta il luogo ideale per il fotografo britannico per testare tecniche e strumenti fotografici come il teleobiettivo. Nel negozio sarà anche presente una selezione dei titoli editi dalla casa editrice Damiani, attiva dal 2004, che può annoverare artisti come Maurizio Cattelan, Joel Meyerowitz e Hiroshi Sugimoto.

 

5. Scuola Spaziotempo, Walking in the Multiverse
San Zenone Catellani Elettroferramenta, Via Emilia Santo Stefano 58/b Reggio Emilia

Scuola Spaziotempo, “Walking in the Multiverse”

Concludiamo la carrellata dei progetti degni di nota non solo perché sono fotografi affermati o emergenti con una precisa ricerca in atto. Mi preme parlare anche di progetti didattici dedicati a giovani studenti del primo anno di un corso di Fotografia di una scuola di Bari, la Spaziotempo, e la passione di docenti come Piero Percoco e Alessia Venditti nel diffondere un modus operandi e riflessioni teoriche e di approccio nel campo della fotografia. Da qui nasce l’esperimento di Walking in the Multiverse che si è tradotto in un profilo Instagram creato dagli stessi allievi che autonomamente pubblicano le loro foto scattate con il cellulare senza rivelare l’autore e senza seguire un preciso tema. Successivamente l’esercizio è stato quello di allestire il lavoro della classe all’interno del circuito OFF per dimostrare il loro sguardo incondizionato sul mondo in maniera libera ma allo stesso tempo educarlo alla fotografia. Cambia anche il rapporto e il modo di insegnare attraverso una piattaforma come quella di IG che piano piano si allontana dalla classico archivio di immagini.

Conclusioni

Solo poche e innocenti conclusioni: a mio avviso, le mostre sopracitate si distinguono nel minestrone del circuito OFF in maniera particolare perché portatrici di un messaggio ben preciso. Il circuito OFF di un Festival di tale risonanza nazionale e internazionale, come Fotografia Europea di Reggio Emilia non può perdere un’occasione di fare la differenza. Fare la differenza per me significa diventare lo Stargate della fotografia e dell’arte contemporanea portando in città un lato più sperimentale e libero dell’evento rispetto all’ istituzionalità del programma ufficiale. Per un nuovo OFF immagino una propria direzione artistica parallela a quella diretta da Walter Guadagnini capace di selezionare nomi e progetti emergenti di valore. Perché no, potrebbe nascere una collaborazione con una squadra di giovani curatori/curatrici che possano ideare un lavoro ad hoc in specifici spazi della città.  Il tutto è detto per evitare di avallare la tesi de “lo so fare anch’io” e, come dimostra il critico Francesco Bonami nel suo omonimo libro, non è così, e aggiungerei, fortunatamente. La fotografia non è per tutti soprattutto se si vuole onorarla nella giusto maniera così come tutti non possiamo fare il muratore, il professore o il musicista. Le foto dei propri cani, di fiori o degli amici dell’università o dei colleghi a lavoro stanno bene anche nella camera da letto, sulla scrivania o attaccate al frigo con la calamita comprata a Londra.