Intervista 4×1: Fotografi in quarantena

Foto di fotografierende da Pixabay

Nell’ultimo mese e mezzo ognuno di noi ha dovuto cambiare le proprie abitudini e il proprio lavoro (chi ce l’ha) a causa dell’emergenza Covid-19 vedendosi cancellare uno dopo l’altro appuntamenti, riunioni ed eventi. Anche la fotografia ha avviato una profonda riflessione su se stessa e sul proprio ruolo per decidere se e come interagire con ciò che sta succedendo nel mondo.

Fotografare o non fotografare? Questo è il dilemma.

Per questo motivo ho posto la stessa domanda a quattro fotografi diversi per conoscere la loro opinione sul tema:

Come stai vivendo la quarantena,

soprattutto in rapporto alla tua attività di fotografo?

 

ALESSANDRO CINQUE 

“Vivo a Lima dal Dicembre 2019. Il primo marzo sono partito perché dovevo recarmi in India per lavoro. Ho volato Lima-El Salvador-New York City-New Delhi. Mentre ero in volo da New York City a New Delhi, il governo indiano ha deciso di chiudere le frontiere a persone con il passaporto Italiano. Nonostante avessi vissuto gli ultimi mesi a Lima, mi hanno rimandato a New York City. Ho deciso di rimanere perché avevo degli appuntamenti a fine marzo, ma mentre stavo a New York City anche il Perù ha chiuso le frontiere, così sono rimasto bloccato nella grande mela. Ho lavorato con un assignment a New York e poi ho decido di rientrare in Italia con un volo speciale Alitalia per i rimpatri.

Adesso sono in quarantena a Firenze. Le giornate scorrono tranquille, ho aperto il mio archivio e sto sistemando tutte quelle cose che non si ha mai il tempo di fare, disegno, scrivo, ascolto musica e edito le foto.”

 

 

CHIARA PIRRA

La sensazione è la stessa di quando ti trovi alla guida di un auto che procede velocissima all’interno di una galleria e non riesci a mettere a fuoco niente intorno a te. Sembrerà banale dirlo, ma credo che come fotografi abbiamo due grandi responsabilità: la prima è sapere quando fotografare, la seconda è sapere quando non fotografare. Ho deciso di impormi di rallentare, accettare l’idea di non essere pronta a tutti i costi a documentare sul campo qualcosa che chiaramente in quel momento non ero in grado di capire, correndo poi magari il rischio di produrre fotografie inutili o peggio ancora dannose. Sapevo ci sarebbe stato bisogno di fotografie, ma visto il pericolo che corriamo per noi e per gli altri quando usciamo di casa, ho imparato ad accettare che non ci sarebbe necessariamente stato bisogno di me come fotografa.

Ecco ora che sto rallentando questo è ciò che vedo: i tagli al sistema sanitario, le persone costrette a lavorare e a rinunciare al diritto alla salute, le rivolte nelle carceri sovraffollate, le donne costrette in casa con uomini violenti, persone che una casa nemmeno ce l’hanno; le mille contraddizioni di un sistema capitalistico che ci spinge tutti sempre più ai margini, in una guerra di sopravvivenza gli uni contro gli altri.

E’ come se quella macchina che sfrecciava velocissima e non mi permetteva di vedere chiaramente cosa mi circondava, ora che procede lenta rende tutto più evidente e tra tutte queste contraddizioni una mi è apparsa con maggiore forza diventando la mia urgenza in questa crisi: mentre li fuori è pieno di fotogiornalisti che stanno scattando immagini potentissime, quelle stesse immagini non sono accessibili a tutti, perché mentre per decenni ci siamo preoccupati di insegnare la fotografia ai fotografi e agli addetti ai lavori nessuno si è mai veramente preoccupato di educare il pubblico alla comprensione universale di quel linguaggio.

Ma oggi che la fotografia è il linguaggio con cui stiamo scegliendo di raccontare questo evento non possiamo permetterci di non essere compresi.

Qui è ricaduta la mia scelta: ho preso fotografie di altri autori che ritenevo valide ed ho iniziato a “tradurle” in parole per renderle accessibili  a tutti ed ho avviato un laboratorio on line, “CAMERA CHIARA CON VISTA” per “imparare a leggere le immagini”, perché ad oggi non so se ad un certo punto sceglierò di fotografare in prima persona quanto stiamo vivendo, ma non ho mai dubitato che in questo momento la fotografia sia una strada attraverso cui capire quanto stiamo vivendo.

Permettere a tutti di comprendere attraverso queste immagini servirà a renderle memoria collettiva ed avremo bisogno di ricordare tutto questo, quando una volta tornati nel mondo reale saremo chiamati a cambiarlo perché come recita la scritta comparsa su di un muro in questi giorni: “Noi non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema.”

 

 

VINCENZO CAMMARATA

“Prima del Corona lavoravo per un giornale svizzero. Da quando la Lombardia divenne zona Rossa, non mi è stato più concesso di lavorare lì per loro e allora, come usuale in un lavoro “precario” come il nostro, ho dovuto reinventarmi: il settore in cui ricollocarmi subito è stato quello video, essendo abituato a montare anche interviste mi sono distribuito fra proposte di progetti che coinvolgono psicologi e altri professionisti per clienti privati e altri lavori pro bono, come la sottotitolazione di video ufficiali sul Covid 19. Ma l’istinto da fotoreporter rimane e per chi non ha un assignment, l’alternativa rischiava di rimanere quella di fare foto di città vuote, come fosse ferragosto.

L’opportunità di raccontare quello che sta succedendo dal punto di vista fotografico, ritornando ad indossare i panni del fotoreporter è arrivata rispondendo all’appello della Croce Rossa Italiana che cercava Volontari Temporanei. Ecco l’opportunità di uscire e di documentare con i propri occhi quello che succede lì fuori: ho iniziato a raccontare con foto e testi brevi i miei colleghi volontari, chi volontariamente aveva risposto all’appello. Perché gli eroi stanno altrove, ma dietro ogni pettorina c’è una storia: una normalità che ancora resiste.”

 

 

LORENZO ZOPPOLATO

“Il mio agire come fotografo si basa su pilastri portanti quali l’immaginario e la realtà che vivo. In questo momento di crisi generalizzato, sento (come probabilmente molti) un fortissimo trauma emotivo che si ripercuote fortemente anche sulla mia attività.

Mi sono ritrovato con molto tempo, anche troppo, come se però fosse esso stesso infettato a causa del distanziamento sociale resosi necessario. Il mio immaginario è stato completamente colonizzato dalle notizie dei telegiornali e quella realtà da me solitamente indagata si è ridotta alla planimetria del mio appartamento. Soprattutto all’inizio mi chiedevo come io e la mia fotografia potessimo renderci utili e vivevo questo impasse giorno dopo giorno, fino a quando ho ricevuto una chiamata nella quale mi si chiedeva di partecipare ad una splendida iniziativa.

L’operazione si chiama “100 fotografi per Bergamo” ed è stata ideata da Perimetro. Consiste in una raccolta fondi per l’ospedale di Bergamo, attraverso la donazione di 100 immagini da parte di 100 fotografi. Queste immagini sono state poi messe in vendita (in open edition) alla cifra simbolica di 100€ per creare un fondo da destinare all’ospedale di Bergamo. I risultati in termini monetari sono stati pazzeschi e commoventi, grazie all’importante partecipazione del grande pubblico all’iniziativa. Questa operazione nel complesso mi ha fatto molto pensare dandomi nuovi stimoli per riprendere in mano la macchina fotografica e produrre storie.

La fotografia che ho donato per questa iniziativa è uno scatto che ormai risale a 11 anni fa (quella con l’arcobaleno), prodotta dunque nella fase embrionale del mio percorso fotografico. Come in una macchina del tempo, quella frazione di secondo nel passato mi ha raggiunto nel presente trovando la sua collocazione all’interno della selezione di 100 immagini. L’idea che quel frame di realtà possa contribuire ad aiutare in un momento così difficile è per me fonte di grande energia per uscire dall’impasse di cui ho scritto sopra. Mi piace pensare che la fotografia quando agisce in maniera corale per una causa importante si guarda allo specchio e si sente bella, utile ed in piena salute.


Foto copertina di fotografierende da Pixabay